martedì 10 aprile 2007

The Monks

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

Alla scoperta di uno dei dischi meno conosciuti e più importanti della storia del punk rock.

Attenzione: il disco che 4rum vi propone potrebbe cambiarvi la vita. Forse i lettori non ne avranno mai sentito parlare, ma “Black Monk Time” dei Monks è il primo autentico album di punk rock della storia della musica. Siamo a metà degli anni ’60: impazza un po’ ovunque il beat-blues ed i Beatles non sono ancora salpati per le loro immersioni psichedeliche. In quale luogo potrebbe mai vedere la luce una musica nuova, violenta, grezza, ossessiva, in una parola “punk”? Forse pensate a qualche centro nevralgico della cultura underground, come la “Factory” di Andy Warhol. Niente di più sbagliato: i Monks nascono in Germania (luogo all’epoca assai sfigato, sia detto senza offesa, dal punto di vista del rock’n’roll), all’interno – tenetevi forte – di una base militare Usa (luogo da sempre assai sfigato, e non solo dal punto di vista del rock’n’roll). E’ proprio qui che cinque ragazzoni americani, ai quali l’eccesso di esercitazioni non ha fatto sorgere un particolare sentimento patriottico, decidono di mettere in scena la loro misconosciuta rivoluzione musicale.

Basta dare un’occhiata ai Monks per rendersi conto di quanto fossero splendidamente folli: in un’epoca nella quale le pop bands ostentavano la loro eleganza mod, questi tipacci si presentavano vestiti da monaci, con saio nero, sguardo austero e tanto di tonsura. Così conciati, i Monks iniziarono a portare in giro per la Germania la loro esplosiva miscela di canzoni rumorose, elementari (raramente si oltrepassano i due minuti), arrabbiate: la rabbia di “Shut up” e “I hate you” (titoli da far impallidire i Sex Pistols) si alterna all’idiozia straniante di pezzi come “We do wie du”. Sperimentali ed approssimativi fino allo sberleffo (con tanto di banjo malamente elettrificato), i Monks erano davvero in anticipo sui tempi: non a caso il loro primo ed unico album “Black Monk time”, nel 1966, non riuscì ad affermarsi nelle classifiche.

Riascoltando oggi questi solchi, la geniale stupidità e la spettacolare rozzezza della band è un salutare pugno nello stomaco: più distorti dei Velvet Underground, più perversi e provocatori degli Stooges, più disorganizzati e sguaiati degli Mc5, i Monks furono, forse inconsapevolmente, i primi ad affermare, con totale mancanza di lucidità, che “brutto è bello”.

Che fine hanno fatto oggi i Monks? Potrete non crederci, ma se ne sono quasi del tutto perse le tracce. Ovunque essi siano, speriamo che si siano goduti gli elogi provenienti da mostri sacri quali Jello Biafra ed i Beastie Boys, e che si siano resi conto di aver posto il primo mattone di una futura rivoluzione – non solo musicale.

Qualche anno fa, per entrare in possesso di “Black monk time”, avreste dovuto spulciare per mesi le fiere del vinile. Ora che c’è internet, non avete più scuse: convertitevi all’ordine dei monaci pazzi e fate penitenza con questa insostenibile orgia di casino. Se pensate che certe cose le abbiano inventate i Cramps, vi sbagliate di grosso.

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