lunedì 12 marzo 2007

Emma Dante: Carnezzeria

Autore: Giulia Solano

Immagini. Ecco cosa resta nella memoria di chi ha visto Carnezzeria. O di chi ha visto “mPalermu” , “Michelle di Sant’Oliva” e gli altri spettacoli di Emma Dante. Immagini nette, precise, violente all’impatto. Affatto evocative. La storia c’è anche questa volta, esile e sanguigna. Più che una storia un’evento, un caso umano. E se l’evento si svela lungo i 50 minuti di spettacolo, tutto ciò che da esso riverbera è già annunciato nella prima scena, subito, nel buio del palco attraversato con ansia crescente dalle torce di tre fratelli che allestiscono la scena per il matrimonio della sorella macchiata dal peccato.

Supporre che il matrimonio stesso sia una messa in scena è un passaggio immediato.
C’è la fretta di nascondere, la circospezione, la puzza di incesto. Non vi sono molti dubbi: bisogna preservare l’onore della famiglia. La pancia di lei ne è la prova lampante. La giustizia sociale siciliana e la sua legge impietosa la conosciamo bene, ce l’ha già descritta meravigliosamente Verga.
Tre fratelli sulla scena sono i custodi di tale legge. Hanno organizzato tutto, sulla terraferma lontano dall’isola, perché il peccato venga dimenticato e assolto. La sorella è ingenua. E come ingenuamente è rimasta incinta, così ingenuamente si distrae dalla paura del matrimonio, dell’esilio da casa grazie al gioco che i tre fratelli le costruiscono intorno. Si alza la musica lentamente. Ed ecco l’immagine: gesti quotidiani scontestualizzati e gesti non quotidiani rifunzionalizzati per creare la suggestione di un’azione, un quadro in movimento, forse un frammento di quell’azione. A un ritmo incredibilmente sostenuto e precisissimo che gli attori reggono con energica tenacia e rigore, rischiando quasi di assomigliare a degli acrobati. Il rumore dei piedi dei tre fratelli che sbattono a terra saltando violentemente l’uno verso l’altro, poi un gesto veloce,una smorfia esagerata possono ad esempio suggerire una rissa. La percezione dei colpi si sposta sul rumore dei piedi e sulla rapidità del movimento.

E attraverso questo meccanismo si snoda lo spettacolo: ad una rivelazione segue un quadro, poi un’altra rivelazione e poi un quadro… incalzano così il preannunciato scandalo, uno stupro, un incesto, tutto nella cornice di un pantagruelico dialetto Palermitano (“Carnezzeria” significa macelleria).
Un orologio svizzero che non si rompe mai. Tutto torna. Una creazione di cristallo: limpida e in realtà molto più lineare di quanto possa sembrare ad uno spettatore impressionabile che veda per la prima volta uno spettacolo di Emma Dante.
Meccanismo che per altro funziona molto meglio sul palco piccolo e per tempi brevi, rispetto a quando è portato nei gran teatri che ora ospitano “Cani di Bancata”, l’ultimo lavoro della regista siciliana, in cui invece fatica a reggere quasi due ore di spettacolo.
Usciamo da “Carnezzeria” impressionati e con la retina sovraccarica, ma senza dubbio alcuno. E il dubbio è maestro.

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