giovedì 8 febbraio 2007

Affari tuoi

Autore: Francesco Zavattari - Direttore di 4rum.it

Breve viaggio nella televisione di oggigiorno. Usate tutte le dovute precauzioni.

Non sono mai stato un grande amante della televisione, ma il mio interesse è svanito soprattutto negli ultimi anni. Sarà perché ora ho più elementi per giudicare quello che osservo, o sarà perché le trasmissioni sono veramente marcite.
Qualche tempo fa ho iniziato a pensare di scrivere un articolo sulla TV, quest’affare che non sembra affatto risentire del passare del tempo. Se è vero che internet con servizi quali youtube e molti altri, ha saputo creare delle valide alternative allo scatolone nero, l’influenza di esso sulla nostra società risulta ancora enormemente pressante.
Ho deciso di documentarmi guardando una decina di minuti di alcuni programmi per qualche giorno utili tirar giù due righe: non basteranno e probabilmente dovremo dividere il tutto in una serie di articoli a puntate.
Il viaggio è stato inquietante. Destabilizzante. Imbarazzante. Lasciate ogni speranza oh voi che leggete.

Prima tappa: Affari Tuoi

Inizio questo telecalvario con la prima serata della prima rete nazionale ed ecco il programma dei pacchi (mai dicitura è stata più adeguata). Il meccanismo è assai noto: l’individuo è al centro del mattatoio, circondato dalla folla. Ha un pacco davanti a sé e altri tot lì di fronte che a turno esclude fino a scoprire cos’è contenuto all’interno del suo. Fin qui tutto bene. E’ un gioco e come tale non disturba grazie ad un meccanismo semplice e (almeno questo) in controtendenza rispetto ad altri cervellotici quiz orribili, dove il vero campione è chi riesce dalla poltrona a comprenderne la dinamica.
Il gioco è carino e soprattutto Flavio Insinna è un ottimo presentatore, senz’altro il migliore “della saga del pacco”.
Allora? In cosa cade vertiginosamente in fallo la trasmissione che ha fatto impazzire il paese? Cade nel suo voler essere assolutamente tragica, nell’utilizzare ogni espediente per esaltare la miserabilità della voglia di soldi a tutti i costi. La sera della mia “analisi” mi trovo di fronte a una situazione in cui un concorrente deve scegliere fra proseguire (giocandosi comunque la possibilità di vincere una cifra discreta) o accettare un’offerta di parecchio inferiore alla cifra massima in palio, ma pari a quello che molti dei telespettatori guadagnano in un anno di lavoro. Il momento è talmente drammatico che viene sottolineato da varie musiche tratte da colonne sonore di capolavori celebri del cinema (profanati a mio avviso). Il colmo è quando fra queste spicca con la sua quieta bellezza il tema centrale di Schindler's List. Vergogna.
Non per voler essere moralisti e intellettualoidi a tutti i costi, ma vi prego di ragionare su questo: all’uomo che ha composto quella musica è stato chiesto di pensare fortemente e quasi entrare nel dramma della Shoah, disegnando con le note la malinconica poesia persa negli occhi spenti di quei morti ammazzati che Spielberg ha voluto omaggiare. Non sembra un accostamento un po’ fuori luogo?
Poi però mi sono chiesto: quanti di quelli che stavano guardando la trasmissione hanno fatto questa riflessione? Se la risposta è “pochi”, il programma è salvo e continuerà a funzionare bene. Non ho nemmeno visto come andava a finire, ma ho avuto modo di arricchirmi girando per fortuna subito dopo che Insinna si è speso (mi dicono come ogni sera) a dispensare un po’ di filosofia “in brick”, citando frasi pompose di grandi intellettuali, che aumentano il pathos di quello che è un orribile banco di prova dei sentimenti umani.
La popolarità di un tale programma è dovuta a quel fattore che si sviluppa come un virus all’interno dello spettatore, quando è portato a confrontarsi con situazioni così assurde collegate al denaro, magari il giorno stesso che ha dovuto lottare con la banca per ottenere un finanziamento a medio termine aggiuntivo che gli permetta di pagare il televisore LCD e la serie di lampade fatte dalla propria moglie.
Più aumenta la povertà di un paese, più è alta la voglia di assaggiare tutto ciò che è a base di soldi. Questo mi fa pensare a cosa si legge della crisi americana del ’29 (tanto per citare un caso), in cui i poveri stavano affacciati ai vetri dei ristoranti lussuosi per spiare cosa voleva dire essere ricchi.
Il gioco dovrebbe essere un gioco, ma forse l’audience non sarebbe più all’altezza di una televisione pubblica che da troppo tempo ormai ha sposato le dinamiche concorrenziali e spietate di quella commerciale.

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