mercoledì 24 gennaio 2007

Si può fare arte con l'orecchio di una scrofa?

Autore: Lorenzo Riccò

Quante volte avete detto o sentito dire: “Ma dai questa non è arte!”; oppure percepite dentro di voi una vocina sparlare sullo strano oggetto che i vostri occhi tentano di guardare e il vostro cervello di giustificare?
Cosa c’ entra la parola: “centro estetico” con il ben più nobile termine: “estetica” riguardante la filosofia?
Il gesto di Duchamp, di suo rovesciare un pissoir e chiamarlo fontana, o di mettere una ruota di bicicletta su un piedistallo, esponendo tali opere come arte di forte impatto critico e spaesante, emerge come sia vaga l’ idea per riconoscere un oggetto artistico, come aumenti una comprensione “critica” e come non basti una semplice “cognitiva”. Per prima cosa la “fontana” (ma anche il corpo automartoriato di un artista della body art, si offrono all’ attenzione estetica e si fanno immediatamente percepibili. Queste qualità fanno parte del livello sintattico (l’ uso che si fa del mezzo espressivo); ma ci sono molti significati semantici (i significati storici, culturali, politici, psicologici) non immediatamente percepibili. La comprensione è così l’ intelligenza di un un’opera nella sua unità sintattico e semantico. Man mano che questo complesso di cognizioni si affina, aumentano le capacità di giudizio critico sull’ opera e il rapporto estetico (percettivo-cognitivo) attiva con l’ opera un processo di autoapprendimento. Questi due livelli di comprensione sono importanti anche per l’ arte del passato, per esempio potrò comprendere meglio la trinità del Masaccio a S. Maria Novella se ho qualche concetto cristiano sulla trinità. Ma tornando a “Fountain” di Marcel Duchamp, è importante sottolineare quanto ha costituito un gesto di rottura con il passato. Si trattava di un orinatoio di porcellana bianca contrassegnato dallo pseudonimo “R. Mutt” che Duchamp presentò nel 1917 ad una esposizione a New York. La mostra doveva essere libera, ovvero i partecipanti dovevano pagare sei dollari per il diritto di esporre due opere. Duchamp pagò la quota, ma la sua opera fu ugualmente rifiutata. Il presidente del comitato direttivo della società dichiarò alla stampa che Fountain non “era in base a qualunque definizione un’ opera d’ arte”. Certamente il suo gesto, anche se ironico ha messo in crisi il pensiero sull’ arte, pensiamo alla somiglianza che può avere il suo orinatoio con un quadro come la trinità del Masaccio. Successivamente furono elaborate diverse teorie per rispondere agli sviluppi dell’ arte moderna e contemporanea, sicuramente quelle che appaiono meno falsificabili sono quelle di Wittgenstein e di Dickie. Semplificando, il primo afferma che il termine “Arte”, come per esempio “gioco”, è un termine basato su somiglianze di famiglia. Di conseguenza non esiste una singola essenza comune condivisa da tutte le opere d’ arte. “Considera, ad esempio i processi che chiamiamo “giochi”. Intendo i giochi da scacchiera, di carte, gare sportive ecc. Che cosa è comune a tutti? Sono tutti divertenti? Oppure c’ è da per tutto un vincere e un perdere? Pensa ai solitari, o a un bambino che tira una palla contro un muro…Possiamo passare in rassegna molti tipi di giochi e veder somiglianze emergere e sparire.”(disc. cit.). Tutte le definizioni che cercano di chiudere il concetto, rendono impossibili la condizioni stesse di creatività nelle arti. Lo stesso carattere espansivo dell’ arte e i suoi continui cambiamenti, fanno sì che sia logicamente impossibile assicurare un insieme di proprietà definitive, anzi suonerebbero come una sfida per l’ arte stessa. Tuttavia la teoria di Wittgestein, anche se logicamente corretta, non ci è in qualche modo utile, perché non risponde alla domande “che cos’ è l’ arte?”, né “quando è arte?”. La seconda teoria è quella istituzionale di Dickie, tenta di spiegare come oggetti di uso quotidiano come macchine animali e perfino persone possano essere trasformate in arte: “Un’ opera d’ arte è un artefatto, un insieme di aspetti del quale è stato conferito lo status di candidato per l’ apprezzamento da parte di una persona o persone che agiscono per conto di una certa istituzione sociale (il mondo dell’ arte)”. Dickie afferma che qualsiasi oggetto al quale viene conferito lo status di opera d’ arte (e quindi esponibile) è arte. Si badi bene che non vuole affermare se si tratta di buona arte, ma solo quando lo è, nel senso: “si può fare un’ opera d’ arte con l’ orecchio di una scrofa, ma ciò non ne fa necessariamente un borsa di seta.” Questa teoria appare calzante per descrivere il modo attuale di fare arte, però non è esente da critiche. In primo luogo chi sceglie che cosa è arte e cioè il critico, può farlo in maniera del tutto arbitrale, e se volesse potrebbe conferire lo status di opera d’ arte a qualunque artefatto. In secondo luogo è divertente ricordare l’ episodio di un vecchio marinaio inglese del XIX sec. che incominciò a dipingere a settant’ anni, per compagnia, e con mezzi di fortuna come cartone al posto della tela e vernice murale. Non sapeva assolutamente di fare arte fino a quando due pittori professionisti, passando davanti la sua casa, videro i quadri e vollero assolutamente comprarli. In questo caso, chi è che conferisce lo status? Non era forse già arte quella del marinaio, senza che lo dicessero i due pittori? Per chiudere questo complesso discorso sull’ arte moderna, possiamo dire che possiamo usare il “Arte” in maniera efficace e comprendendoci anche l’ un l’ altro, ma senza avere in definitiva una spiegazione per il termine. Dal momento che la questione è posta da persone interessate all’ arte e non all’ idea di arte, in ultima analisi è bene concentrarsi sulle opere stesse, poiché “gli artisti hanno bisogno della teoria dell’ arte quanto gli uccelli dell’ ornitologia”.
L’ estetica nacque “ufficialmente” nel 1750 con la pubblicazione del libro "Aesthetica" da parte di Alexander Gottlieb Baumgarten, e da questi intesa come "scienza del Bello e delle arti liberali. In pratica, preposta allo studio dei concetti di Bello come categoria a sé stante e con propri criteri di valore. Da quel momento, comincia a delinearsi quello che diventerà il significato quasi esclusivo del termine: l’estetica diventa la dottrina del bello, dell’esperienza del bello, della produzione e dei prodotti d’arte. Da questa sua specificazione derivano dal secolo scorso, tutti i termini moderni della parola, come “centro estetico”, “estetista” ecc. Tuttavia i filosofi si sono da sempre occupati del rapporto con il bello, con l’ arte in quanto rappresentazione del mondo. Platone condanna l ‘ arte per la pretesa dell’ artista di mostrare direttamente la verità attraverso ciò che produce. Questa critica è resa ancor più radicale dalla tesi che tutto quanto identifichiamo comunemente come reale – le sedie, il tavolo, il cielo, i corpi, sono soltanto copie elle idee, dal greco èidos, vera forma. L’ artista, secondo Platone è un “sofista meraviglioso”, che non trova spazio nella costituzione del suo stato ideale. E’ con Aristotele che l’ arte viene valutata positivamente. Anch’ egli intende l’ arte come mìmesis, tuttavia l’ uomo può trovare una catarsi nell’ opera d’ arte, specialmente nella tragedia che ci porta ad osservare il mondo con le nostre passioni, da un punto di vista superiore. Con Plotino le arti non si limitano a imitare la realtà visibile, ma si elevano alle ragioni formali dalle quali proviene la natura: “Del resto anche Fidia scolpì il suo Zeus senza rifarsi ad alcun modello sensibile, ma cogliendolo come se, di sua iniziativa, si fosse rivelato ad occhi umani”.
In conclusione, ci si può interrogare sul senso stesso del gesto artistico, in esso si celebra un libero accordo tra il movimento della mano e quello del pensiero, abilità manuale e potenza intellettuale giocano insieme. L’ insieme dei segni tracciati su una qualche superficie, proietta l’ uomo nel mondo e oltre di esso. Basta ricordare come il disegno primitivo (primo esempio di arte, quindi del tutto non-condizionato) non si caratterizza né in maniera mimetico- riproduttiva (ossia tesa ala precisione figurale) né tecnico-produttiva (nel senso di mirare a un qualche artefatto), bensì come simbolico- astratto, al semplice bisogno di incidere simbolicamente la superficie del mondo.
Coordinate bibliografiche: Fabrizio Desideri “Forme dell’ estetica” editori Laterza Warbuton “La questione dell’ arte”

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