venerdì 26 gennaio 2007

Max Sfèfani - Intervista esclusiva

Autore: Pietro Ortolani

Nel film “Almost famous”, ambientato nel 1973, il leggendario critico musicale Lester Bangs (interpretato da un grande Philip Seymour Hoffman) arringa un ragazzino che vorrebbe seguire le sue orme: “La cosa più importante, per un giornalista rock, è essere spietato. Sei arrivato tardi: goditi questi ultimi istanti, prima che tutto diventi l’industria del più fico”.

Nel 2006, le cose sono cambiate: i giornalisti non sono affatto spietati e si limitano per lo più ad occupare gli scarsi spazi vuoti tra una pubblicità di moda e l’altra. La musica si è rivelata una delle “industrie” più redditizie dell’economia occidentale. Insomma, non c’è di che gioire. E allora, per prenderci una boccata d’aria fresca, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Max Stefani, direttore dell’ottima rivista “Mucchio Selvaggio”. Giudicate voi: esiste ancora qualcuno che la pensa come Lester Bangs?

Pietro Ortolani: Tanto per cominciare, come vanno gli affari per il "Mucchio"? E' difficile mantenere in vita un progetto editoriale come il vostro, che da sempre rifiuta svolte "commerciali", punta alla qualità dei contenia forza?

Max Stèfani: Si sopravvive. La qualità da sempre è stata inversamente proporzionale alla quantità da che è facile dedurre che non possiamo aspirare a cifre alte. Tuttavia c'è anche da dire che risentiamo di una crisi generale. Si legge di meno, si comprano meno cd, si va più spesso su internet che è gratis etc etc. Inoltre le edicole sono ormai dei bazaar dove è difficilissimo farsi vedere. È comunque un dato di fatto che le riviste di musica vendono il 30% rispetto agli anni settanta-ottanta. Io sono convinto che un giornale come il Mucchio potrebbe tuttavia vendere almeno il doppio se solo avesse visibilità Il problema è che queste 30-40.000 persone che potrebbero comprarlo non sanno che esiste. E ovviamente non abbiamo soldi per farlo sapere. È la storia del cane che si morde la coda.

P.O.: Secondo me, un critico musicale è bravo quando è capace di farti vedere le cose in modo nuovo, di proporti una chiave di lettura alla quale non avevi pensato. Sei d'accordo? O altrimenti, come scegli le persone che scrivono sulla rivista? Come si valuta il talento, in questo campo?

M.S.: Un buon critico musicale è qualcuno che riesce a prenderti all'inizio e non ti molla fino alla fine. Poi può parlare bene o male del disco e magari riuscire anche a convincerti di ascoltarlo. Ovviamente bisogna avere padronanza della lingua e conoscere la musica. non è facuile trovare tutto questo, anche perché i migliori non scrivono di musica. Di solito chi scrive di musica è perchè non trova di meglio da fare o lo fa x hobby. Anche perchè di solito non si viene retribuiti visti i numeri dell'editoria musicale. Insomma, come la giri la giri, chi scrive di musica è sempre una seconda-terza scelta. Quindi la qualità è mediamente bassa. Del resto basta fare un paragone con l'estero.

P.O.: Che cosa fa, in concreto, il direttore di una rivista musicale? Prevale la dimensione artistico-creativa o quella economico-organizzativa?
M.S.: È come un'allenatore di una squadra di calcio. Fa la formazione, le tattiche e cerca di far adare d¹accordo i giocatori. Insomma di far rendere il gruppo al massimo. Quest¹ultima è la cosa più difficile. Di solito il direttore cerca di fare il meglio non guardando ai soldi. E' poi la proprietà che stringe la borsa. Essendo io un'anomalia, coprendo ambedue i ruoli, cerco di fare le nozze con i fichi secchi. Non è facile e il risultato spesso è troppo condizionato dalla parte amministrativa ma si fa quello che si può.

P.O.: Parliamo un po' della concorrenza: il "Mucchio" si trova a competere con riviste molto "modaiole", che a volte sconfinano nel gossip (vedi "Rolling stone" o "Xl"). Vi rivolgete allo stesso tipo di pubblico, oppure si tratta di settori del mercato completamente diversi?
M.S.: Ambuedue sono molto modaiole e quindi tendenzialmente danno al pubblico quello che vuole. Quindi puoi trovare del buono e delle cose orribili. Sono schiave della pubblicità che ti richiede una parte del giornale "futile" altrimenti non sei "moderno" e non ti danno pubblicità. Chiaro che così facendo 100 pagine del giornale sono da buttare. C¹è però una differenza. Rolling Stone è comunque un giornale. XL è un¹inserto pubblicitario della Manzoni. C'è differenza, anche se i meno esperti possono non accorgersene.

P.O.: I giornalisti musicali ricevono molte pressioni da parte delle case discografiche?

M.S.: Mah, forse i quotidiani. Non certo i giornali di settore. Ormai l'industria dioscografica non esiste più quindi è chiaro che per il mondo "indie" resti invece importante, ma insomma si cerca di mediare e tutti ormai sanno che non possono chiedere la luna. C'è insomma una sorta di rispetto reciproco.

P.O.: Veniamo alla musica: che ne pensi della scena italiana, in questo momento? C'è qualcosa che ti piace?

M.S.: Si, ci sono molte cose. Penso a Pino Marino, Riccardo Senigallia, Stefano Giaccone, Lalli con Pietrio Salizzoni, i Tellaro ma anche la Consoli, i Gang, Capossela.

P.O.: Parliamo di band emergenti: la mia impressione, andando in giro per locali o su myspace, è che molte giovani formazioni si assomiglino tra loro, sia a livello compositivo sia anche sul piano puramente estetico. In un certo senso è come se, pur non avendo un contratto, i giovani subiscano comunque l'influenza dell'industria discografica: forse sentono di non poter osare nulla di davvero originale, o rischiano di rimanere tagliati fuori. Che ne pensi?

M.S.: Inventarsi qualcosa di nuovco oggi è praticamente impozssibile. Credo che ormai sia già stato detto tutto. La bravura sta nel saper mischiare i tanti ingredienti e riuscire a trovare un cocktail quasi nuovo. Non è facile e indubbiamente i paesi anglosassoni sono favoriti. E poi qualcuno se ne deve accorgere. Non è facile. Poi la globalizzazione affossa tutto. Però si può sempre riuscire a scrivere una bella canzone. Non è facile, ma basta un riff azzeccato ed è fatta.


P.O.: Il download ha cambiato la faccia dell'industria musicale: molti dicono che, tra dieci anni, il negozio di dischi non esisterà più. La cosa ti dispiace? Sei un "nostalgico" o un "progressista"? Ma soprattutto, pensi che lo scaricamento illegale metterà davvero in crisi l¹industria discografica?
M.S.: I negozi di dischi non esisteranno più molto prima. Almeno in Italia. In America resisteranno ancora perché costano il corriaspettivo di 6 euro. Non esisterà più il cd, l¹oggetto. Esisteranno solo i file scaricabili che saranno gratis. I musicisti vivranno con i concerti e i più famosi anche con il mercandising e i telefonini.

P.O.: L'epoca d'oro del rock'n'roll si ricorda anche per la presenza di alcuni personaggi leggendari: Lennon, Jagger, Hendrix, Janis Joplin e via dicendo. Questa "mitologia", oggi, è del tutto scomparsa, oppure c¹è in giro qualcuno (Doherty? Yorke? Cocker?) che può ancora essere definito una "rockstar"? Come valuti questa evoluzione?

M.S.: La rockstar esiste come esistono gli attori o i calciatori. È la stessa cosa. Appari dunque esisti e la gente fa pazzie per te. Ma il messaggio di Doherty non ha lo stesso spessore di quello di un Hendrix o di Jim morrison. Erano altri tempi. Si andava ancora a cavallo,.

P.O.: Il "Mucchio" si occupa anche di politica: qual è, finora, il tuo giudizio sul governo Prodi? Ti è piaciuta la finanziaria?
M.S.: No. Mi fanno tuttti schifo. Di destra o di sinitra. Stanno lì solo per il potere e i soldi. Non gliene frega niente del popolo.

P.O.: Per finire, consigliaci un disco che non sia semplicemente "carino", qualcosa che ci stupisca davvero
M.S.: Ebè, una parola. Per i dischi è come per i film. Non esiste il bello assoluto. Un disco o un film o un libro può ossere una cacata come un capolavoro. Dipende dai tuoi gusti, dal tuo retroterra, dal tuo stato d'animo in quel momento. Non mi fregate... Ciao.

Grazie mille per la tua disponibilità e in bocca al lupo per il tuo lavoro.

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