martedì 14 novembre 2006

William Burroughs, il fotografo di pensieri

Autore: Pietro Ortolani

Tra tutti gli scritttori della cosiddetta “Beat generation” (definizione, peraltro, ampiamente criticata dagli stessi diretti interessati) William S. Burroughs è una delle figure più controverse: alcuni lo definiscono inconsistente, sopravvalutato e confuso; altri lo esaltano come un genio e un grande innovatore (inventore, tra l’altro, del “jump cut”, tecnica oggi ampiamente abusata in cinema e musica).
Dagli esordi di “Junkie” fino al capolavoro di “Pasto nudo”, la letteratura di Burroughs si caratterizza per due elementi fondamentali: da una parte l’insistenza su temi scomodi, fortemente disturbanti, come le droghe e l’omosessualità; dall’altra uno stile assolutamente libero, volutamente non controllato, simile a quello che John Coltrane portava avanti con il suo sassofono. Questi elementi, uniti ad una biografia a dir poco spericolata (l’uccisione della moglie in omaggio a Guglielmo Tell, l’assunzione di ogni tipo di droghe, il rifiuto dell’autorità costituita, l’avventurosa permanenza nella Tangeri del dopoguerra) hanno fatto di William S. Burroughs un vero e proprio mito, idolatrato dai primi beatnik di fine ’50 così come dalle nuove leve della musica rock, Kurt Cobain in testa. Ciononostante, Burroughs è sempre stato geloso della suo libertà, ed ha rifiutato categoricamente ogni tipo di classificazione: “Beat generation… il solo nome mi disturba. Tutto quello che esiste davvero è un buon libro, o un pessimo libro. Tutto il resto sono stronzate”.
Leggendo ora l’opera di Burroughs, non si può non rimanere travolti (a volte anche nettamente disorientati) dalla totale assenza delle strutture narrative tipiche della letteratura classica: “Pasto nudo” non ha una trama organica, non ha una sintassi tradizionale, non “accoglie” in alcun modo il lettore. Il miglior modo di avvicinarsi ad una simile arte, forse, è abbandonare a propria volta le categorie classiche del normale lettore di narrativa e condividere quel flusso creativo ininterrotto che ha dato origine alle parole sulla pagina.
Certo, non è una lettura facile, né rassicurante. Tuttavia, è proprio da qui che bisogna partire per comprendere quell’attitudine, affermatasi definitivamente con la pop art, per la quale l’arte non deve esser fatta di astrazione e ripensamento, ma deve fotografare la vita moderna senza mettervi ordine, in maniera brutalmente sincera. Ecco, forse è questo l’intento di Burroughs: fotografare i pensieri.

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