lunedì 6 novembre 2006

Vanna Vinci: intervista esclusiva

Autore: Francesco Zavattari - Direttore di 4rum.it

Uno spolverino grigio piombo e una spilla fatta a farfalla viola appuntata sulla sua giacca: ecco come si presenta a noi Vanna Vinci, importante disegnatrice di fumetti italiana che come promessoci, rilascia una lunga intervista alla fine di un bel pranzetto nel bel mezzo del Lucca Comics 2006

Per prima cosa ti chiedo in che modo è avvenuto il passaggio dagli studi di odontoiatria alla tua professione di disegnatrice. Quale è stato il tuo percorso professionale?

La questione dell’odontoiatria è stata una cosa un po’ indotta; intanto, da una parte, ho senz’altro una certa attitudine in materia scientifica e medica. Mia madre è un medico, quindi non è una cosa così strana. D’altra parte, a Cagliari fare una scuola d’odontoiatria a numero chiuso, è una cosa molto rassicurante in termini di eventuale e futura remunerazione. Io, tuttavia, ho sempre continuato a disegnare anche durante il corso, tant’è che il professore di istologia e quello di anatomia scoprirono che sapevo disegnare benissimo e mi fecero fare un disegno per una loro pubblicazione. A Cagliari poi, hanno aperto l’istituto europeo di design e lì, giocoforza, mi incuriosiva di più la grafica pubblicitaria piuttosto che i denti. Diciamo che c’era anche una responsabilità inferiore: se sbagli un marchio è un conto, se sbagli un ponte… (qui sfoggia una razionalità e un cinismo in pieno stile “bambina filosofica” – N.d.R.).
Ho fatto questo corso di grafica pubblicitaria e ho aperto uno studio con una mia amica, sempre però continuando il mio percorso “a fumetti”, tant’è vero che nell’ ’84 ho conosciuto Luigi Bernardi, che è stato il mio primo editore, mentre stavo facendo grafica pubblicitaria, cosa che ho proseguito fino a una decina d’anni fa. Tutt’ora, se capita un paio di volte all’anno, è un tipo di lavoro che faccio più che volentieri. Anzi, spero che arrivino lavori di grafica perché quella è una competenza che ho e che non mi ha mai dovuto far rinunciare all’altra.
Io non sono una gran lettrice di fumetti e questa cosa è saltata fuori quando lessi le storie brevi di Corto Maltese. A Cagliari (sua città nativa dove ha abitato fino a qualche anno fa – N.d.R.) ci fu una mostra dedicata a questo personaggio e una riunione sull’argomento dove parteciparono un sacco di nomi che oggi sono importanti nel mondo del fumetto. Da lì, anche a me è venuta l’idea di fare dei fumetti miei, ma in modo assolutamente “naif”. La cosa si è sviluppata naturalmente, scoprendo il linguaggio che oggi vado ad usare. Non mi sono posta il problema di chi avrebbe letto o meno i miei lavori. Non sapevo nulla né del mercato, né degli autori, niente. Quando abbiamo esposto a Lucca il primo anno, Bernardi è venuto a cercarmi, ed io non sapevo nemmeno chi fosse. Quando me l’hanno detto mi sono sentita male chiaramente! L’unica cosa che volevo (e che vuole tutt’ora direi – N.d.R.) è raccontare per immagini. Secondo me il fumetto è una malattia mentale, l’ho detto tante volte: se cel’hai non te la togli nemmeno se ti metti a fare il dentista o l’avvocato.

Ho avuto modo, conoscendoti e sentendoti rispondere alle domande durante lo showcase, di capire che il tuo è un carattere abbastanza timido per natura. In che modo, ti chiedo, la crescita della notorietà si coniuga a questo?

Fondamentale è che in partenza, quando inizio a lavorare su una storia a fumetti, non mi preoccupi di questo genere di cose. La cosa che mi interessa è produrre, disegnare. Prima di tutto penso a me e, nel momento in cui sto producendo qualcosa, penso al lettore in modo paritario. Questa cosa forse dipenderà dalla timidezza, ma non gradisco avere con il lettore un rapporto tipo “Io sono Prince o Madonna / tu sei il superfan” (Prince e Madonna probabilmente non sono così simpatici e disponibili – N.d.R.). Io sto facendo una cosa, tu la leggi e nel momento in cui c’è un contatto, come in questo caso a Lucca, ho la possibilità di diventare amica di tanti lettori.

Forse anche perché tu sei una persona che agevola molto questo tipo di interazione?

Probabilmente è anche merito del lettore.
Mi dà fastidio pensare di essere in una specie di aura, nella quale vengo identificata come il mio fumetto; il mio fumetto è una parte di me, grossa senz’altro, ma Vanna Vinci non è esclusivamente questo. Chiaramente in una situazione come “Lucca”, metti lo showcase, metti il ritiro del premio dove tu, volente o nolente devi andare anche se preferiresti essere al polo nord, sono sempre un po’ in imbarazzo. Lo showcase è una cosa abbastanza buona perché disegnando sono distratta e penso solo a fare bene il lavoro.
Della questione “notorietà” non me ne occupo, sinceramente. E’ evidente che più libri vendo meglio sto, come la casa editrice, e più lettori o addetti ai lavori vengono a dirmi “Mi è piaciuto quello che hai fatto”, più per me è una botta di energia per proseguire.
Anche la critica è utile: certe volte una critica fatta da un lettore non in modo cattivo (poi sussurra – N.d.R.) o anche in modo cattivo, può dare un input che io non avevo avuto.

Vanna, quanto di te c’è nei tuoi personaggi? In che modo lavori sui vari caratteri e sulle situazioni?

La costruzione delle storie parte sempre da una situazione molto piccola. Nel caso del primo lavoro ad esempio c’era una ragazza che va a Milano per un convegno e in un albergo trova questa persona che probabilmente non rivedrà mai più. Questo personaggio ha un segreto pazzesco, cioè è morto.
A me interessa indagare un certo tipo di componente che è assolutamente personale. In “Aida” c’è molto di me; è una specie di catalogo di quello che io penso della morte, dello “smaltimento dei lutti” eccetera, eccetera. In “Sophia” c’è una componente molto autobiografica, così come nel personaggio di Lilian Brown che ho da quando ero adolescente, ma che nel momento in cui è trattato di nuovo è come ritornare alla mentalità di quel periodo.
La “bambina filosofica” credo sia forse il personaggio più autobiografico.

Avendo avuto il piacere di conoscerti direi proprio di si! Allora a questo punto la domanda più stupida e banale è: qual è il tuo personaggio preferito? Ce n’è uno?

No, non esiste perché io li vedo come se fossero tutti “frazioni” diverse. Ce ne sono alcuni più articolati, come Sophia, altri al contrario, sono assai più funzionali, come Aida. La “bambina”, d'altro canto, è incontrollabile! Sono tutti “pezzettini miei” che se metti insieme riconosci in ogni parte.
Dentro i personaggi, o all'interno delle varie situazioni, ci sono delle cose autobiografiche / strutturali relative a cose familiari che mi sono state raccontate o anche cose che il lettore non può sapere, come ad esempio il significato di alcuni oggetti, ad esempio: io ho un oggetto a cui sono particolarmente affezionata e lo inserisco nella storia senza dichiararlo al lettore.

Tanto tu sai che c’è...

Non solo, perché secondo me il lettore lo percepisce, senza che io didascalicemente gli dica che sto mettendo… che ne so! Una teiera di mia madre che ci piace un casino.

Questo sta anche alla bravura di chi disegna, tu in questo caso.

Mah, secondo me non è tanto la bravura, quanto il fatto che in termini emotivi stai dando una cosa tua; un po’ come farti entrare a casa mia e dirti “Guarda, questa è la mia cucina…” eccetera.

Il sottotitolo de “La bambina filosofica II” è “Pensieri, parole, opere e omissioni”: si rifà alla formula ecclesiastica o c’è dell’altro?

Beh, intanto c’è stata questa produzione dei “santini” di Lino Trifola (Altro suo personaggio, odiato dalla “bambina” – N.d.R.). Nel libro ci sono dei riferimenti, garbati e ironici (qui lo dice come se fosse una premessa un po’ di circostanza – N.d.R.) alla questione della religione cattolica; l’idea di scegliere “pensieri, parole, opere e omissioni” è stata sostanzialmente perché era perfetto per la situazione. Non mi veniva altro, per cui non era nemmeno intenzionale “la cosa della messa”, però c’è comunque un discorso legato alla religione, a Dio…

Cosa ti sentiresti di consigliare a tutti quelli che sperano di avere un futuro nel mondo del fumetto?

Sostanzialmente, prima di tutto, farsi un’idea di quello che vogliono fare e del perché vogliono farlo, quindi chiedersi “Perché fare fumetti?”. Fare fumetti in certi casi è una cosa lunga e anche noiosa, a parte situazioni come “Lucca”, perché è un lavoro che si fa a casa e/o in uno studio dove si è perlopiù da soli. E’ vero che c’è una parte molto creativa legata alla scrittura della storia o alla elaborazione dei disegni, ma in realtà è anche un lavoro molto artigianale che si fa con le mani. Bisogna essere, secondo me, un po’ votati anche al lavoro pratico. Alla luce di questo, come dicevo, bisogna chiedersi se si vuole fare e perché, dopodichè stabilire che cosa si vuole raccontare; a me, ad esempio, interessava raccontare dell’interno delle persone e delle loro dinamiche. Mi interessava parlare della vita e della morte, ora mi interessa parlare del rapporto con la vecchiaia e la variazione delle generazioni. Insomma, bisogna cominciare a lavorare in quel ambito costruendo una storia o un dossier, che non sia solo, un soggetto non molto lungo che l’editore può leggere facilmente. Si deve pensare a un character design, i personaggi comprimari eccetera, poi cominciare a disegnare a prescindere. Quand’ho fatto le prime storie non avevo neanche un editore e non pensavo nemmeno ad averlo; le ho fatte perché volevo farle…

In che modo hai trovato un editore?

Alla fine è capitato...! A Lucca appunto, come fanno tutti i ragazzi con la cartellina sotto braccio. Bisogna cercare di fare una cartellina con dentro fumetti, non solo pin up, perché il fumetto poi è quello che verrà pubblicato; uno può essere anche dio in terra a fare delle gran pin up, ma non sapere gestire la tavola e la sequenza, a quel punto il discorso non regge.
Io quindi consiglio di prepararsi un po’ di queste robe qui, farsi un po’ di training autogeno, come dicevo io per quella sera del ritiro del premio, e farlo come una medicina: “Devo prendere l’antibiotico? Prendo l’antibiotico! / Devo portare in giro in miei disegnini? Prendo la cartellina e vado!”. Se qualcuno ti dice che i fumetti fanno schifo, ti fai un piantino, ragioni se è vero o non è vero…

…a te è mai successo?

Ma si! E’ evidente!
Ho ragionato se era vero o non era vero e in certi casi non lo era. Nei casi in cui era vero ho cercato di prendere il consiglio per “cambiare direzione”…
Nei casi in cui non era vero ho pensato che quella persona lì in quel momento c’aveva i coglioni girati (lo dice con una tale grazia che sarebbe stupido cambiare il termine con qualcosa di più grigio – N.d.R.), m’ha maltrattata e non è successo niente… però questa cosa qui va fatta!
La cosa fondamentale è fare il fumetto, gestire le tavole, finire la storia e non portare mazzi di pin up.

Dal modo in cui mi rispondi, sembra che tu attribuisca un grosso valore alla “Lucca dei fumetti”. Lo dici perché sei qua o continui a pensarlo anche fuori?

Sinceramente per me, Vanna Vinci, Lucca (ovviamente fa riferimento alla situazione Lucca Comics – N.d.R.) è stato ed è il momento più importante in assoluto per il fumetto, sia perché ho portato i miei primi fumetti qui, perché ho conosciuto i miei primi editori e molti amici che poi sono diventati miei editori, quindi è un posto dove si muove in tre giorni, questo giro cinque, tutto! Quindi, per quale motivo lasciarsi sfuggire questa cosa? Oltretutto è una situazione molto caotica e di grosso stress (capisco dopo poco che lo dice come valore aggiunto – N.d.R.): ora, anche se non ho la cartellina da far vedere a loro (si rivolge a Giovanni Mattioli, suo sceneggiatore ma in questo caso editore, presente all’intervista – N.d.R.), è una situazione in cui, in termini di emozione, si muove un casino di roba! Perché negarsela?

Per quanto riguarda le tue esperienze all’estero?

In questo momento ho dei rapporti molto stretti con la Francia. Quelli di Soleil hanno pubblicato “Lilian Brown” a colori. Ora (Prima di dichiararlo chiede conferma a Mattioli che la notizia sia ufficiale – N.d.R.) Dargaud (Altra importante casa editrice francese) ha acquistato “Sophia” e “Aida”, quindi si ipotizza l’uscita di questi volumi. C’è poi “un embrione” di produzione ma ancora non c’è niente di ufficiale e ce la teniamo.

Io personalmente insieme a 4rum.it ti facciamo i complimenti e ti ringraziamo per la tua disponibilità.

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