martedì 28 novembre 2006

Rock Contest + Arab Strap

Autore: Pietro Ortolani

Auditorium Flog, Firenze. Si ringrazia Controradio.
Ghiotta occasione, Sabato 25 Novembre, per gli appassionati della musica indipendente. Si svolge a Firenze la finale del celebre “Rock contest” e gli Arab Strap chiudono in bellezza, dando l’addio al pubblico italiano. 4rum dice la sua su tutti gli artisti della serata.

PECKIMPAH
La finale del rock contest si apre con il set acustico del cantautore solista Peckimpah, che presenta un repertorio di ballate blues languide, dalla vena decisamente intimista. Suonare per primo, con l’Auditorium ancora semivuoto e disattento, rappresenta un indubbio svantaggio, ma Peckimpah non si lascia intimorire e presenta la propria musica con grande scioltezza. D’altro canto, il rock contest non è la cornice più adatta per ascoltare canzoni di questo tipo, e l’esibizione finisce per risentirne.

DENISE
Arrivano da Salerno, ma non aspettatevi le fascinazioni partenopee del leggendario Apicella: il sound di questa band è un misto di rock ed elettronica minimalista che riecheggia Bjork, Sigur Ros e Jonny Greenwood. Le composizioni sono ipnotiche e vagamente ossessive (forse un po’ compiaciute nella loro lunghezza?): nonostante il debito nei confronti dei sopraccitati maestri, l’esibizione è nel complesso piacevole. L’impressione di fondo è che si tratti di un gruppo di ragazzi cresciuti a suon di Andy Wahrol e Damien Hirst, più che di Led Zeppelin: c’è la voglia di sperimentare, c’è il tentativo di andare oltre gli stilemi del “giovane gruppo di talento”, ma probabilmente manca un po’ di quella tracotanza scenica, un po’ della buona vecchia “attitudine da bastardi” che, specialmente in un contest, attira l’attenzione del pubblico.

SAMUEL KATARRO
E’ il vincitore di questa edizione. Presentato come un bluesman legato al Mississippi sound, in realtà questo solista presenta un musica abbastanza confusa, a volte addirittura approssimativa. E’ il contrario di quanto avviene per Denise: qui non c’è grande ricerca (anzi, si direbbe che il ragazzo si diverta a stonare), ma c’è una certa presenza scenica, che cattura l’interesse della platea e guadagna una valanga di applausi. A parte l’effetto-simpatia, però, non siamo al cospetto del nuovo Bugo: le canzoni sono abbastanza sbrigative e “timide”, mai spregevoli ma mai davvero toccanti. Colgo l’occasione, poi, per un appunto che può essere esteso anche a Peckimpah ed a tutti gli altri gruppi in finale: perché ostinarsi a cantare in inglese? La scelta può essere comprensibile per una garage band, ma lo è molto meno per un songwriter voce-e-chitarra, che dovrebbe far leva proprio sulla comunicazione diretta delle proprie idee e parole.

MUSETTA
A modesto avviso di chi scrive, i peggiori della serata. E forse, anche i più professionali dal punto di vista tecnico. Questo duo propone un set dai marcati accenti trip-hop, in bilico tra il Bristol sound dei Portishead ed i primi Morcheeba. A parte l’ovvia considerazione che si tratta di musica vecchiotta, che ormai viene suonata nei bar di provincia all’ora dell’aperitivo, ciò che disturba è l’inserto di soluzioni lounge di facile consumo, che sembrano pensate per venire incontro all’orecchio del pubblico e proprio per questo, se calate in un contesto “indie”, risultano sgradevoli. Una manciata di canzoni suonate con perizia, forse gradevoli come sottofondo sonoro, ma che non graffiano mai. Meno cento punti per il boa della cantante, in puro stile proibizionismo anni ’20.

WALKING THE COW
Non ce ne vogliano quelli che hanno fatto centinaia di chilometri per partecipare al contest, ma eleggiamo i fiorentinissimi Walking the cow gruppo della serata. La band si presenta con una classica strumentazione folk (chitarra, banjo, batteria e organo) ma la musica, pur senza sconfinare nello sperimentalismo a tutti i costi, ha senz’altro dei tratti di originalità. Con una manciata di canzoni in bilico tra easy listening e improvvise, interessanti accelerazioni, questo gruppo ha decisamente catturato il nostro interesse. Avrei preferito dei testi in Italiano, ma che vuoi farci.

FRESH AIR OF HIROSHIMA
Chiudono il contest I Fresh air of Hiroshima, unica rock band di impronta tradizionale della serata. Il gruppo è molto valido: il loro garage rock, ruvido e alquanto cupo, investe con decisione il pubblico della Flog. Le canzoni, forse, avrebbero bisogno di qualche apertura melodica, capace di rendere più variegato il panorama sonoro, ma nel complesso l’esibizione è assai interessante. Unica vera pecca (tra l’altro comune a gran parte dei performers) è una certa timidezza scenica: certo, non siamo tutti come Juliette Lewis, però un minimo di trasporto consentirebbe una maggiore immedesimazione nei brani. E’ il gruppo per il quale la scelta della lingua Inglese risulta più sensata.

ARAB STRAP
Chiudono la serata i leggendari Arab Strap, che toccano per l’ultima volta l’Italia con il loro farewell tour. Nonostante gli accesi diverbi tra le due “capetoste” scozzesi, che indubbiamente si intravedono anche sul palco (c’è sempre una certa freddezza di sguardi), il concerto è estremamente godibile: i volumi sono alti, ma il suono è sempre pulito e controllato, e gli stacchi mantengono una precisione sorprendente. Tecnicamente, si tratta di una band davvero invidiabile, che probabilmente ha poco da invidiare ai ben più noti Radiohead; ciò che davvero fa la differenza, e che da sempre relega in una nicchia i due ragazzoni, è l’assenza di una canzone davvero “sopra la media”, capace di incidersi nella memoria. A nostro avviso ben più validi dei conterranei, cerebralissimi e celebratissimi Mogwai, gli Arab Strap rappresentano una delle pagine più interessanti degli ultimi dieci anni di musica made in UK. La pagina, ora, viene voltata per sempre. E, come dice la splendida copertina dell’antologia di addio, “enjoy your retirement”.

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