mercoledì 15 novembre 2006

Klimt

Un film di Raul Ruiz. Con: John Malkovich, Saffron Burrows, Emilie Floge, Stephen Dillane, Sandra Ceccarelli, Paul Hilton, Karl Fischer, Irina Wanka, Antje Charlotte Sieglin, Nikolai Kinski, Mark Zak, Gunter Gillian, Alexander Strobele. Genere: Biografico Durata: 129 minuti. Produzione: Austria, Francia, Germania, Inghilterra 2006.

Il regista cileno Raoul Ruiz, presenta in questa 24esima edizione del Torino Film Festival un’ insolita biografia sul celebre pittore Gustav Klimt. Il film, non vuole essere una fedele ricostruzione della vita dell’ artista, bensì procede con un libero flusso di immagini, nelle quali affiorano ricordi, personaggi e opere che ruotavano attorno alla Vienna dello “Jugendstil” di inizio ‘900. Ruiz, regista di grande esperienza, con all’ attivo un centinaio di opere, realizza un elegantissima raffigurazione e chiama come direttore d’ orchestra John Malkovich (“Essere John Malkovich, “Le relazioni pericolose” ecc.) ad interpretare Klimt. Il film si apre con il pittore sul letto di morte, al suo capezzale troviamo Egon Schiele e davanti loro uno specchio. Con grande maestria la storia sembra entrarvi dentro e costituirsi in un gioco di riflessi, da cui emerge un superbo John Malkovich, un Klimt già affermato, che frequenta salotti intellettuali, premiato dalla sua nazione ma al tempo stesso censurato, per l’ alta componente erotica dei suoi quadri. E’ un artista eccentrico, quasi sull’ orlo della pazzia, raffigurazione umana del clima decadente. Durante l’ esposizione universale di Parigi, vedrà in un cortometraggio ironico sulla sua vita realizzato da Melies (un’ altra celebre figura che entra nei ricordi), ed interpretato da Lea de Castro, personificazione dei suoi desideri carnali, che inseguirà per tutto il film. Ma come un gioco d’ ombre di Melies appunto, sembrerà sfuggirle, duplicarsi, essere lei stessa un’ ombra. In questo fluire d’ immagini ricercate, in cui è doveroso sottolineare l’ uso della luce, la bellezza dei corpi femminili e dei costumi (fantastico e fedele Klimt/Malkovich in vestiti orientali con un gatto in braccio), c’ è spazio anche per una complessa riflessione sul clima intellettuale dell’ epoca, quello della “Secessione Viennese”, in cui imperversava lo scontro fra gli accademici ed i nuovi pittori come Klimt, Schiele ecc., simbolo anche della difficile transizione tra l’ arte del passato e quella moderna, con le relative censure e scandali; ma anche alle prime distinzioni tra funzionalismo (ed ecco che spunta il nome di Adolf Loos, storico architetto austriaco che eliminò ogni elemento decorativo dai suoi palazzi) e decorativismo, di cui viene accusato proprio Klimt.

Ruiz commenta così il suo film: “... Volevo tratteggiare le caratteristiche stilistiche uniche dell’ arte di Klimt, il prevalere della bellezza, l’ eccesso del colore, gli spazi distorti e gli angoli complessi, per cogliere la vita e illuminare una delle più ricche, contraddittorie e misteriose epoche della storia moderna.”

Bè, in questo elegante sfumarsi d’ immagini e di pensieri, manca forse un po’ di ordine, un concreto e coinvolgente sviluppo del film, quasi sempre assente in scelte di questo genere, abbastanza indigeribili o tanto meno confusionarie.

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