lunedì 20 novembre 2006

Invito all'ascolto di Matthew Herbert

Autore: Marco Radice

Il postmodernismo affonda le sue radici in un assunto drastico e fastidioso, ma che pare inevitabile: da diverso tempo nulla in campo artistico viene più inventato ex novo. Tutte le opere recenti non sono altro che collage di creazioni del passato o di elementi precostruiti, che vengono reinterpretate, ricontestualizzate o distorte per dotarle di un diverso significato.
Parlando con diversi musicisti ho potuto notare una sorta di disincanto e arresa nei confronti di questo concetto; una triste consapevolezza che tutte le possibilità ritmiche sono già state esplorate da tempo e sembra che sia tecnicamente impossibile avventurarsi per sentieri incontaminati in questo ambito. E’ come se avessimo raggiunto l’apice, un punto fermo da cui non c’è possibilità di movimento.
Personalmente non ho né la competenza né la presunzione di dire se questo sia vero, e se sia in assoluto un male. Forse questa saturazione porterà a concentrarsi su caratteristiche espressive diverse da quelle ritmiche e a veicolare in questo modo significati sottili e inediti.
Una delle forme espressive su cui alcuni musicisti stanno lavorando in maniera originale e significativa è la dimensione sonora, ovvero non cercando di inventare nuovi ritmi ma piuttosto scovando sonorità uniche. Fra questi artisti ce n’è uno che si dedica a ciò in maniera particolarmente affascinante: il londinese Matthew Herbert.
Herbert è un artista dall’ingegno multiforme, che nella sua ancora abbastanza giovane odissea musicale ha usato molti pseudonimi diversi; un ventaglio di alter ego con cui ha dato luce a creazioni radicalmente differenti. Si occupa soprattutto di elettronica, ma la sua esperta conoscenza musicale lo ha portato a incidere anche un buon disco di puro jazz big band.
La sua particolarità è quella di usare, spesso quasi integralmente, suoni della vita quotidiana per creare le basi delle canzoni. E’ un interessante esperimento di umanizzazione della musica elettronica, congiungendo con perizia e genialità la natura e i computer.
Ascoltando il suo primo disco strettamente di questo genere, Bodily Functions (!K7 - Soundlike / Audioglobe, 2001), non si può che apprezzare increduli la naturalezza con cui il battito cardiaco diventa la battuta calda di un pezzo house, o la perizia con cui trasforma il fluire del sangue nella base ritmica per un'altra canzone, il tutto spesso squisitamente condito dalla voce di Dany Siciliano.
Nei dischi successivi ha caricato la scelta delle sonorità di espliciti valori di protesta politica: in The Mechanics Of Destruction (Accidental / Wide, 2001), Herbet usa suoni legati a diverse multinazionali (Nike, Mac Donald’s, GAP e altre), sia delle fasi di produzione che di consumo dei prodotti e li filtra elettronicamente fino a distruggerli e snaturarli. Prendersene gioco è un chiaro messaggio contro quel tipo di politica di mercato, contro il capitalismo americano, con cui non scende a compromessi neanche per la distribuzione del disco, che avviene autonomamente nei suoi live, attraverso i download e con la nascita di una sua etichetta, la “Accidental”.

Continua su questa linea anche per un disco molto recente: Plat Du Jour (Accidental / Wide, luglio 2005). In cui esplora quello che c’è dietro la produzione alimentare, soprattutto da parte delle grandi corporations. Ci viene spiegato nel libretto che la variopinta e psichedelica copertina del disco è colorata con dei coloranti chimici alimentari tutti ammessi in Gran Bretagna. Questo è un disco in cui l’artista fa prevalere il messaggio di protesta rispetto al ritmo, e risulta abbastanza ostico all’ascolto.
La sua produzione più recente è Scale (!K7 - Accidental / Audioglobe, 29 maggio 2006). Qui Herbert presta un’attenzione ossessiva per la ricercatezza e la perfezione musicale, unita in modo magistrale alla protesta contro la guerra in iraq (vi sono suoni di aerei, bombe, pompe di benzina, bare, etc.). Il risultato è un ottimo disco, impedibile per gli amanti di questo musicista.
Per chi ancora non lo conosce consiglio invece l’approccio con Bodily Functions, che è già un classico del genere e si ascolta con estremo piacere. Per tornare al discorso iniziale, si può concludere che il lavoro di questo artista è un’interessante punto di partenza per molti musicisti sconsolati dall’impossibilità creatrice postmoderna, e dimostra con forza che, se è vero che nulla di nuovo si può più creare, ci sono però infinite possibilità di dare significati originali e forti a qualcosa che già esiste.

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