domenica 26 novembre 2006

Colazione da Tiffany

Autore: Pierpaolo Simone

Prendete una Audrey Hepburn straordinaria, uno scrittore come Truman Capote, mescolatelo con il genio di Blake Edwards ed ecco che, magicamente, appare una delle più belle commedie romantiche di tutti i tempi. Holly Golightly è una ragazza svampita ma sincera che adora farsi portare da Tiffany (la famosa gioielleria) quando arrivano le paturnie, perché “nulla di brutto può accadere lì dentro”. Abita nello stesso palazzo di Paul Varjac, uno scrittore che non scrive più nulla da troppo tempo e che piano piano si innamora di lei. Ma Holly non è una ragazza facile da ingabbiare. Le sue amicizie, a dir poco irregolari, spaziano da uomini di malaffare a presuntuosi produttori hollywoodiani. Holly vola fra le loro braccia, ma senza trattenersi troppo a lungo, convinta che nessun amore valga la sua libertà. Odia i giovedì (“perché non riesco mai a ricordarmi quando arrivano”), vive con il suo gatto senza nome e - una volta a settimana - si guadagna un centone recandosi a Sing Sing per far compagnia ad un anziano e docile “zio”: un truffatore che ad ogni sua visita le sussurra le previsioni del tempo per la settimana successiva, messaggio in codice per il suo avvocato. E’ un cinema che si fa beffe dello star system americano, dei suoi precetti a base di ipocrisia e opulenza, tratteggiando il volto di una donna che sembra amare i fasti di una vita ricca e benestante mentre, in fondo, si accontenta di un anellino trovato in un pacchetto di noccioline. Blake Edwards, voluto alla regia dalla stessa Hepburn, rende splendida una commedia che, in mano altrui, sarebbe stata sdolcinata e meno profonda. Memorabile la scena finale, sotto la pioggia, alla ricerca del gatto. Splendide le musiche (Moon River di Henry Mancini) e il cammeo di Mickey Rooney che interpreta un fotografo giapponese in perenne rotta con la sua inquilina Hepburn.

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