venerdì 27 ottobre 2006

Unholy Alliance, Secondo capitolo

13.00 Highway to Hell
Ritrovo nei pressi del casello autostradale di Lucca.
Dei quattro presenti in macchina, due sono 4rumers (è una buona media).
Calcolando circa due ore e mezza a tratta, sono stati approntati per il viaggio 3 cd zeppi di “roba indispensabile” (come all’atto dell’ascolto verranno poi ribattezzati): dai Gamma Ray agli Strapping young lad, dai The Crown ai Mercyful Fate, e così via. Quattro ore di roba veramente indispensabile.
Arriva l’ora di pranzo, ed il panino con la cotoletta autostradale si fa via via ipotesi sempre più concreta; non possono poi mancare quelli che sono i nostri classici biscotti da concerto (omettendo il nome del prodotto, per intendersi, quelli con il cioccolato sopra e una sorta di frollino assoggettato ai suoi piedi).
Forti di un pieno di diesel (di quello caro), si riparte alla volta del Mazda Palace.

16.00 At the Unholy Gates
Labirintiche tangenziali, il mastodontico parcheggio del “Mazda”, ed eccoci immersi in una marea di seguaci borchiati, impazienti di veder sprizzare il sangue altrui.
Ci facciamo largo in mezzo ad una folla di fans, magliettari, venditori di panini e quant’altro, e ci spingiamo verso i controlli all’ingresso; controlli ovviamente inesistenti, tanto che un canne mozze nei pantaloni sarebbe forse passato più facilmente dei tappini per bottiglie. Al momento del nostro arrivo manca circa un quarto d’ora all’esibizione del primo gruppo, i Thine Eyes Bleed. La scaltrezza e la dea bendata ci offrono un ottimo posto centrale giusto dietro la tribuna stampa, dove noi non sediamo perché, in questo caso, non avevamo richiesto nessun accredito.
Lo spazio riservato ai giornalisti è vuoto e continua ad esserlo fino allo show dei Children of Bodom. Sarà il traffico? Sarà il fato? O forse i Signori della carta patinata e delle dorate pagine on-line non si curano di seguire la manifestazione per intero? 4rum.it, pagante e senza pass, era lì quindici minuti prima. Giusto il tempo di riflettere su questo e la kermesse ha inizio.

17.00 Thine Eyes Bleed
Avrebbe potuto questa anonima band canadese esibirsi in una tale situazione, se la sua line-up non avesse “vantato” la presenza di tale John Araya, fratello del ben più illustre Tom?
La domanda sorge spontanea dopo un paio di canzoni in scaletta. Il suono orribile non aiuta certo i poveri cinque, in preda ad un vero e proprio smarrimento sonoro; i fonici probabilmente erano ancora a pranzo con quelli che di lì a un ora avrebbero riempito la tribuna stampa di fronte a noi.
C’è poco tiro nei pezzi dei Thine, e non un briciolo di originalità. Il cantante risulta forse l’unico elemento apprezzabile, ma l’idea che permea il tutto è di qualcosa di già sentito ed eseguito nemmeno così bene. Al termine dei ventisei minuti, gli applausi sono più che altro di circostanza e di gioia come preludio ai Lamb of God. Le persone davvero convinte si contano sulle dita di una mano.
Sicuramente da risentire. Ma anche no.

17.30 Lamb of God
Puntuali come un orologio svizzero e bastardi come una band americana veramente interessante, arrivano sul palco gli “Agnelli di Dio”.
Elemento di disturbo è ancora il suono, pessimo e non all’altezza della band, seppur migliore dell’avvio (qualche fonico deve essersi alzato da tavola).
Tre pezzi al fulmicotone scaldano sul serio i 15000 del Mazda Palace. Memorabile a metà concerto la presentazione del frontman, degna del più elegante epitaffio pindarico:”We’re Lamb of God from Richmond-motherfuckers-Virginia!”. Ma ve lo immaginate? Nino d’Angelo arriva sul palco e grida:”Sono Nino d’Angelo da Napoli-Figlidiputtana-Campania!”. Anche per questo, la loro esibizione verrà ricordata come una delle migliori dell’evento.
Proprio mentre il five-piece comincia a tirar fuori dal cilindro i pezzi da novanta del repertorio, gradita come un coito interrotto, ecco la tragedia: le chitarre si ammutoliscono, i microfoni si spengono, e al lancinante screaming del bravissimo Randy Blythe si sostituiscono i fischi del palazzetto, indirizzati ai sempre più odiati tecnici del suono e a chi, in questo caso, ha fatto male i conti con la quantità di energia elettrica necessaria a sostenere un tale impianto. Un’imbarazzante black-out la fa da padrone per un paio di lunghissimi minuti.
Ciononostante, i L.o.G. concludono alla grandissima la loro esaltante performance.

18.30 Children of Bodom
Cambia la scenografia e compare il telone dei finnici troneggiato dall’onnipresente “Reaper”.
L’introduzione è forse una delle trovate più interessanti dell’esibizione: una musichetta da gangster (presa dal film “Una pallottola spuntata”) fa da base ad una voce piena e impostata che presenta l’arrivo del gruppo in pieno “american-way” (vi ricordate gli show televisivi dove si sentiva qualcosa tipo “Ladies and Gentlemen, from Los Angeles, California… The Doooooors!”?).
Premettendo che i due 4rumers presenti non apprezzano affatto il metal così ridondante della band, bisogna ammettere che i “Children” hanno il grande merito di offrire una prova assolutamente ineccepibile da un punto di vista esecutivo. La stragrande maggioranza del pubblico è in visibilio sulle note di più o meno recenti cavalli di battaglia. Il suono è ancora migliorato, tuttavia non sufficiente per uno show di questo rilievo. Le chitarre risultano assai impastate, il basso forse troppo cupo e la tastiera un vero strazio per le orecchie; la batteria di Raatikainen e la voce di Alexi "Wildchild" Laiho sono forse le note positive di questo approssimativo sound. Arriviamo tuttavia al punto di prender per buono il suono che ci propinano, ma un nuovo black-out si abbatte come un silenzioso flagello tonante sui “bambini di Bodom” (e su quella fottuta tastiera – N.d.R.). Stavolta la reazione del pubblico esasperato sfiora la rivolta: le tribune cominciano a tremare e il parterre si fa teatro di un furioso e tumultuoso moto di ira.
Dopo svariati minuti rientrano i cinque di Helsinki e da veri professionisti terminano quella che è in ogni caso un’ottima esibizione.

20.00 In Flames
Bravi da tutti i punti di vista. Benedetti questi In Flames nell’alto del metal. Una band capace di portare in tour stile, cattiveria, tecnica e “tiro” da vendere.
Qui si comincia a parlare anche di una vera e propria scenografia: ai lati della batteria campeggiano dei pannelli pieni di led pronti a illuminarsi come un’enorme equalizzatore on-stage.
L’overture è affidata alle note della sigla di “Super Car”. Si, proprio la serie Tv; le luci infatti si vestono in pieno dello stile di “Kit” e del suo celeberrimo muso.
Pinball Map apre le danze in maniera grandiosa. Il coinvolgimento del pubblico esplode e si incrementa di minuto in minuto, grazie anche ad una prestazione eccezionale e alle capacità da vero entertainer sfoggiate da Anders Fridén.
Behind space, Graveland, Trigger, Take this Life, Only for the weak, Quite place sono solo alcune delle perle proposte; ma al di là della scaletta, strabiliante è la sua esecuzione.
Spesso non è così, ma mai come in questa occasione la band ha il suono che merita. Le chitarre hanno sfornato riff granitici e potenti; il basso è stato degno compare di una batteria davvero eccezionale; il tutto condito da una voce violenta e variegata, come solo un lavoro in studio può offrire. Sebbene l’ultima release non abbia entusiasmato, per fortuna la prova live ribadisce la vera essenza del combo nordico. Se Kerry King non s’offendesse rischiando di diventare cattivo, si potrebbe forse ammettere che gli In Flames sono stati la band migliore della giornata.

21.30 Slayer
Slayer!
Potremmo non dire altro; ma essendo la nostra una funzione di informatori pubblici, siamo costretti a non dar per scontato ciò che non meraviglierebbe Lapalissè: gli Slayer sono magnifici.
Il gruppo clou dell’ “Unholy Alliance” è finalmente sul palco, pronto a dar battaglia all’orda di feroci seguaci giunti al seguito di Araya e compagni. La voce del cileno e la potenza della band ci spingono a preferire alla nostra alcova sulle gradinate, una posizione di più turbolento rispetto: due minuti dopo potevamo constatare che una delle chitarre sfoggiate da Hanneman recava il logo della Heineken. A soli tre metri dal palco le cose iniziano a farsi buie: le borchie graffiano duro, le spalle si indolenziscono e il sudore inonda le carni straziate. La colonna sonora del massacro è un omaggio a Seasons in the Abyss, da cui sono tratti ben sei pezzi dell’intera scaletta. Dall’ultima fatica “Christ Illusion” arrivano “Cult” e “Eyes of the Insane”; dal passato giungono pezzi come “Post mortem”, “Raining Blood”, “South of Heaven” (overture della tournée americana), “Chemical Warfare”, per poi concludere con “Angel of Death”.

Niente male eh?! Rispetto al Chapter I dell’Unholy Alliance, l’unica differenza è la barba sul volto di Araya; il resto, al limite, è migliorato. Come al solito il gruppo è potente e aggressivo. Le chitarre acide più che mai, la batteria una vera (come si suol dire) macchina da guerra e, forse più di altre volte, la voce veramente ottima.
I quattro thrashers californiani non vogliono esser da meno rispetto a chi li ha preceduti, anche in materia di scenografie: puntando su uno degli elementi maggiormente caratterizzanti la loro attività artistica, cioè una blasfemia esasperata e spinta ai massimi livelli, Araya & Co. sfoggiano due enormi croci capovolte, formate da casse Marshall, poste ai lati del palco.
A queste si aggiungono svariate proiezioni che fanno da sfondo alla performance, conferendo una dimensione visiva malata al controverso mondo slayeriano.
Questi ragazzacci invecchiando migliorano come il buon vino e alla fine di ogni concerto sono in grado di lasciarci con il fiato sospeso fino alla prossima venuta.
Intorno alle undici tutto è concluso. Il pubblico, ordinatissimo e assolutamente corretto (si fottano tutti quei cazzo di opinionisti anti-metal in tv), lascia il Mazda Palace forte di un’esperienza tempestata di luci (la professionalità delle band) e di ombre (lacune insostenibili nella qualità del suono).
Un grosso panino con salsiccia/cipolla e una felpina degli slayer da 20 € firmano la conclusione di questa grandiosa giornata. Al prossimo capitolo

Leggi il resoconto dello scorso concerto degli Slayer al Mazda Palace, scritto dal direttore di 4rum.it per heavy-metal.it

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