domenica 1 ottobre 2006

Scum

Regia: Alan Clarke
Con: Ray Winstone, Phil Daniels, Mike Ford, Julian Firth
UK
1979
Col, 98’

Entra in scena il primo grande personaggio del Lucca film Festival, protagonista di una delle retrospettive che accompagneranno i film della Selezione Ufficiale.
Alan Clarke, un autore controverso, eccessivo, alle volte sgradevole, ma senza dubbio disilluso come pochi. Insieme a Ken Loach, Stephen Fears e altri memorabili registi inglesi, Clarke, ha sempre descritto con tutta la sua forza, la condizione dei ceti più abietti, concentrandosi in particolare sulla working class.
Scum rappresenta uno degli esempi più crudi e spietati della sua filmografia.

A causa del comportamento irrequieto, il giovane Carlin , viene trasferito in un riformatorio più severo di quello appena lasciato. Il suo desiderio di tranquillità e solitudine però, è subito rimpiazzato dalla necessità di prevalere su gli altri prigionieri; la sua detenzione si trasformerà presto in una lotta contro la sopravvivenza, sia fisica che psicologica.

Lo sguardo di Clarke è freddo, quasi distaccato, gli orrori mostrati, non sono veicolati da nessun tipo di moralismo; in questo modo lo spettatore non riesce a prendere una posizione, costretto a fare i conti con ciò che non vuole vedere.
I detenuti subiscono una disumanizzazione che ricorda il “Soldato Palla di Lardo” di Full Metal Jaket, ridotti ad un semplice numero che continuamente devono ripetere. La violenza non viene solo dalle severe guardie, per difendersi da loro stessi i prigionieri sono spinti a manifestare la propria superorità con atti di estrema ferocia nei confronti dei più deboli.
Clarke però, fornisce una speranza di rivoluzione che, come spiegato da Chiara Barbo nel suo intervento, può essere solamente individuale. Il personaggio di Archer, un ragazzo molto intelligente e temuto dalle autorità del riformatorio, si ostina a camminare scalzo e a mangiare esclusivamente verdura, semplicemente per provocare il direttore, infliggendosi altro dolore, oltre a quello che già deve sopportare.
Manifestando il libero arbitrio, Archer mostra il suo lato umano, proprio quello che il riformatorio cerca di cancellare nei detenuti.
Alla fine, guidata da Carlin, verrà tentata una rivolta collettiva in seguito al suicidio di un giovane ragazzo, ma fallirà subito; la rivoluzione collettiva è impossibile, la salvezza arriverà solo con l’affermazione del proprio essere.

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