martedì 24 ottobre 2006

Raymond Carver, il precisionista

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

Negli Stati Uniti, il nome di Raymond Carver è accostato, nei corsi di Letteratura e Scrittura creativa, a quello di grandi maestri come Hemingway, Scott Fitzgerald o Faulkner. Nel nostro Paese, invece, questo grande autore è ancora non abbastanza noto al pubblico ed universalmente ignorato nei corsi scolastici. Per capire il perché di questa bizzarra sorte, occorre anzitutto considerare che Raymond Carver non ha mai scritto un romanzo: la sua produzione è composta interamente da racconti brevi e, in misura minore, da poesie. Mentre il mercato letterario d’oltreoceano è tradizionalmente assai attento all’universo della short story (tutti i grandi scrittori hanno esordito pubblicando racconti su celebri riviste), in Italia le forme brevi della narrativa sono ancora sovente considerate espressioni minori dell’arte letteraria, che – chissà poi perché – darebbe il meglio solo dalle cento pagine in su. Per questo motivo, alcune fondamentali figure della narrativa contemporanea, come John Cheever ed appunto Carver, in Italia stentano a trovare il dovuto riconoscimento. Ultimamente, per fortuna, le cose stanno cambiando: le case editrici, da sempre restie a pubblicare raccolte di racconti (specialmente se provenienti da un autore che non abbia già all’attivo almeno un romanzo), vanno ravvedendosi. Raymond Carver è uno scrittore così interessante e meritevole di attenzione perché a lui si deve una vera e propria rivoluzione nel mondo della narrativa: quest’autore è considerato, insieme ad Ann Beattie, il caposcuola di quell’ampia corrente artistica che va sotto il nome di “minimalismo”. In estrema sintesi, lo scopo del minimalismo è quello di escludere dalla narrazione tutto ciò che non sia strettamente necessario a illustrare l’intreccio ed a creare la tensione drammaturgica. Gli autori minimalisti non intervengono a commento della storia, ma si limitano a presentarla in termini oggettivi, a volte minuziosi, lasciando che siano i personaggi a parlare al lettore. Da un certo punto di vista, è come un “film fatto di parole”. Questa tendenza, nata a metà degli anni ’70, diventerà poi una vera e propria moda nel decennio successivo, portando alla ribalta autori come Bret Easton Ellis, David Leavitt e Jay McInerney. Da questa scuola vengono anche molti scrittori italiani, come Niccolò Ammaniti o, più recentemente, Valeria Parrella. Nonostante questo enorme successo, Carver non volle mai essere definito un “minimalista”. Piuttosto, egli si riteneva un “precisionista”, cioè un narratore che tende a limare il racconto, fino a renderlo perfettamente coeso, senza però sconfinare nell’assenza di emozione. “Il termine ‘minimalista’ fa immediatamente pensare a una visione ristretta e a una capacità limitata. E’ vero che cerco di eliminare dai miei racconti ogni dettaglio non indispensabile e che tento di limare le parole fino all’osso, ma ciò non fa di me un minimalista. Se lo fossi, le taglierei veramente fino all’osso. Ma non è così: gli lascio sempre addosso qualche brandello di carne”. E’ proprio da questi brandelli che emerge la toccante umanità della prosa di Carver: sono storie semplici, ma così dense di significato da raggiungere le vette di un linguaggio apertamente poetico. Dagli esordi di “Vuoi star zitta, per favore?” al capolavoro di “Cattedrale”, la lettura dei racconti di Carver non potrà lasciarvi indifferenti.

Citazione tratta da: “Niente trucchi da quattro soldi”, Raymond Carver. Minimum fax 2002.

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