giovedì 5 ottobre 2006

Profumo, storia di un assassino

Autore: Francesco Michelotti

In attesa del mio unto amico davanti all’ingresso del cinema stavo scrutando con dubbiosità la locandina del film che avrei visto di lì a poco.
Profumo – storia di un assassino.
Il regista è il tedesco Tom Tykwer che già conoscevo grazie a “Lola corre” e a “la principessa e il guerriero”, ma si trattava per lui di piccole produzioni… qui invece c’è in ballo una grossa, anzi grossissima produzione, la più grossa mai fatta in Germenia con 50 milioni di euro investiti! E molti di quei soldi probabilmente sono andati a Patrick Suskind lo scrittore dell’omonimo romanzo best seller da cui è tratta la sceneggiatura.
Pensate che Suskind si era sempre rifiutato di vendere i diritti del libro e aveva, nel corso degli anni, accumulato una serie numerosissima di offerte da parte di altrettanti numerosi registi, fra i quali spicca anche il nome del mitico Stanley Kubrick!
Come avrà fatto il giovane Tykwer a spuntarla?
Sicuramente con l’aiuto dell’impresario cinematografico Bernd Eichnger (già produttore de “Il nome della rosa” e “La storia infinita”), nonostante tutto lo scrittore ha però firmato il contratto malvolentieri e ancora non si pronuncia sull’esito del film.
Per fortuna arriva il mio compagno cinefilo e ci accomodiamo all’interno.
Inizio folgorante!
Improvvisamente mi ritrovo catapultato nella Francia del XVIII° secolo: scenografie impressionanti, costumi studiati al dettaglio, minuziose ricostruzioni per mostrarci la realtà delle condizioni di vita di quel tempo; il tutto condito da scene forti e che dipingono perfettamente la durezza e la violenze del periodo.
Le immagini sono accompagnate da una voce fuori campo che recita le parole del racconto e che ricorda un po’ lo stile de”il meraviglioso mondo di Amelie” ma molto più crudo.
La storia è quella di Jean-Baptiste Grenuille, rifiuto umano frutto dei bassifondi parigini che però possiede un incredibile capacità olfattiva che lo porta ad una sola ossessione: imprigionare il profumo delle persone.
Il film ruota attorno al protagonista interpretato dal meraviglioso Ben Whishaw un promettente laureando della Royal Academy of Dramatic Art e già intravisto nel film “Il mercante di Venezia”. La sua bravura è stata conferire al personaggio le medesime caratteristiche descritte nel libro senza usufruire della parola ma servendosi di un infinità di sfumature espressive e di uno studiato linguaggio del proprio corpo. Si tratta di una figura, quella di Jean-Baptiste, interessante e travolgente che al contempo presenta caratteristiche molto contrastanti: sguardo innocente e freddo assassino, disadattato sociale e genio assoluto. Nella prima parte vi è anche la deliziosa parentesi dell’italiano Giuseppe Baldini interpretata dal bravissimo Dustin Hoffman che si conclude con la fine del primo tempo.
Fino all’intervallo la storia mi aveva preso molto e mi ero dolcemente fatto ammaliare da “l’universo impenetrabile degli odori” grazie soprattutto alla capacità del regista di saper tradurre i profumi in immagini con l’utilizzo di primi e primissimi piani.
Mi sentivo soddisfatto e desideroso del resto che mi spettava.
Ma già nei primi minuti dopo l'intervallo, il film prende una piega strana!
Sparisce la voce fuoricampo e il protagonista smette di ricoprire un ruolo centrale.
Sparisce il ritmo incalzante e mi ritrovo nuovamente seduto in un cinema del XXI° secolo.
Si svela solo adesso che il povero Jean-Baptiste non ha odore e di conseguenza non esiste, notizia che, nel libro viene rivelata fin dalle prime pagine, mentre nel film pur rappresentando un assolo di bravura per Whishaw appare esageratamente drammatizzata e isolata rispetto al corso degli eventi.
Comincia un susseguirsi di forzata tensione che dopo poco annoia perché troppo prevedibile.
E, cosa più grave di tutte, quando finalmente ha la possibilità di incalzare il film si frena improvvisamente e si dilunga dove dovrebbe invece trattenersi di più.
Successivamente si rimane spiazzati da un ulteriore cambio stilistico: passione, compassione, ossessione, amore paterno, amore collettivo, sesso divino, fede, pazzia... tutto confusamente affrontato in meno di mezzora perdendo di vista tutto quello costruito precedentemente. Probabilmente è stata fatta troppa fede al racconto cartaceo non tenendo presente che molte volte ciò che può sembrare affascinante e coinvolgente in un libro rischia di apparire estremamente ridicolo sulla cellulosa.
È forse questo il motivo per cui nel finale si perde ogni ragione scadendo inevitabilmente nel ridicolo. Si rimane incollati allo schermo solo per vedere dove voglia andare a parare.
Veramente dispiaciuto (ma compiaciuto dalla quantità di belle donne seminude presenti nel finale!) assisto alla conclusione fedelissima al libro ma che mi lascia tutt’ora con un enorme punto interrogativo.
C’è tanto in questo film, pure troppo!
Cose belle e interessanti come i sottili riferimenti all’arte di Rembrandt e alle immagini riprese dal prerafaelita Rossetti; inoltre vi sono splendidi studi del corpo, un’ottima regia degli attori e, grazie alla fotografia di Frank Griebe, affascinanti giochi di luce.
Purtroppo però c’è anche tutto il resto!

Come ho appreso durante la visione, ogni profumo si sviluppa secondo tre note fondamentali: la nota di testa che conferisce la prima impressione, la nota di cuore che svela il corpo della fragranza e la nota di fondo che identifica i vari componenti.
Al solito modo “Profumo” può essere diviso secondo gli stessi criteri: un’ottima impressione iniziale, una fragranza noiosa e componenti troppo azzardati da risultare assurdi.
Nonostante questo non si tratta di un film da cancellare, anzi da rivedere sicuramente; anche se dubito che la sua scia rimanga a lungo nell’aria.

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