lunedì 2 ottobre 2006

Mikhail Kobakhidze: piccole grandi storie

In un Lucca film festival che si avviava alla conclusione, forse la vera sorpresa è stata il regista georgiano Mikhail Kobakhidze e le sue piccole storie. E’ vero, anche Alan Clarke ha stupito tutti con delle intensissime opere, si sono visti ottimi film come “Permanent Vacation” ecc., ma questa volta la sala ha applaudito all’ unanimità il regista e in molti sono andati a complimentarsi personalmente. E devo dire, i motivi ci sono tutti. Nessuno si aspettava delle storie così fragili, comiche, tristi, mosse in immagini così splendidamente anacronistiche. Sì, perché siamo nel 1961 con “Amore Giovane” (Georgia, b/n, 9’), ma sembra di essere nei primi due decenni del ventesimo secolo, dentro un cortometraggio di Renè Clair, con alcuni accenti comici degni di Chaplin. Narra semplicemente la storia di due innamorati, che scherzano nascondendosi le cose dentro un appartamento. In questa prima proiezione prevale il lato comico, ma gli accenti malinconici saranno più sottolineati in lavori come “Karoussel” (Georgia, 1962, b/n, 11’) e “Kortsyli” (“La notte”, Georgia 1964, b/n, 21’). Qui troviamo ancora il tema dei due innamorati, calato stavolta nella città, ed è tutto un rincorrersi, gag, ma anche sguardi intriganti come nella scena del pullman: semplici occhiate interessate scambiate tra un ragazzo e una ragazza. Su entrambi i film calerà un finale amaro, come a spolverare con leggerezza tutti i sorrisi. “Kolga” (“L’ ombrello”, Georgia 1966, b/n, 14’) è insolito rispetto ai precedenti, qui la componente surrealista si fa più marcata, con un bianco ombrello che danza insieme ai personaggi e non si fa catturare. “I musicisti” invece è del ’69 e potremmo considerarlo come un’ affermazione pittorica dello stile presente nei suoi primi lavori. E’ un “divertissement”, con due musicisti doppioni che giocano su un fondo bianco, creando delle suggestive contrapposizioni coloristiche. Adesso possiamo carpire le costanti della sua opera: l’ uomo e la donna, la danza e un terzo elemento di mistero, possiamo dire onirico; in altre parole: quotidianità/amore, ritmo e surrealismo. A dirla in maniera banale, tre semplici ingredienti per un’ ottima ricetta. “En chemin” (On the road) è invece più recente, del 2002 ed è stato realizzato in Francia, dove il regista si è trasferito. Un’ altra piccola storia che sembra uscita da epoca lontana, dove un uomo carico di bagagli arriva su una spiaggia e si trova a rincorrere il suo carico disperso dal vento. Si nota qui che l’ immagine è lavorata con strumenti più moderni, ma lo stile rimane inconfondibile. E’ stato chiesto a Kobakhidze perché avesse scelto di girare in quel modo, così tanti anni dopo e lui ha risposto che “non poteva fare altrimenti”. Niente di nuovo d’ accordo, ma in un festival che ha presentato tanto sperimentalismo a volte di dubbio gusto, i film di Kobakhidze hanno rappresentato una piccola porzione di bellezza.

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