mercoledì 25 ottobre 2006

Babyshambles: Concerto di Firenze

Autore: Pietro Ortolani

19 Ottobre, Auditorium Flog. Si ringrazia la Grinding Halt concerti.

C’è una grande attesa, attorno a queste date europee dei Babyshambles: la liason tra Pete Doherty e Kate Moss, i turbolenti cambi di line-up ed i precedenti forfait della band (vedi il caso del “Rock in Idro”) sono stati ghiotti spunti, che la stampa – non solo quella musicale – ha adoperato per costruire l’ennesima leggenda rock-gossip. Stavolta, dopo i mille dubbi della vigilia (Si sposeranno? I concerti verranno di nuovo annullati?), il tour dei Babyshambles parte davvero: 4rum era a Firenze e vi racconta com’è andata.
L’auditorium Flog è gremito: gran sfoggio di jeans emostatici e cappellini sulle ventitré, a fedele imitazione dell’albionico Pete. L’apertura della serata è affidata agli energici The Styles: una manciata di canzoni caratterizzate da stilemi compositivi tipici del pop Usa anni ’60 (armonie vocali, stop and go) ed attualizzate da un sound ruvido, di impronta quasi hardcore. Nulla di nuovo sotto il sole, s’intende, ed il pubblico non sembra particolarmente interessato: in realtà, si ha l’impressione che tutti stiano già pensando a Doherty.
L’impressione è confermata quando i Babyshambles salgono sul palco e la folla preme e si allunga per toccare il Nostro: sembra quasi che vogliano controllare che sia davvero lì presente, in occhiaie ed ossa. Doherty si dimostra da subito in buona forma, relativamente sobrio ed assai comunicativo: si sporge sulla platea, accetta regali, chiede sigarette, parla con le prime file. La scaletta (evidentemente estemporanea, visto che sta scritta su un cartone della pizza) scorre veloce, privilegiando in modo nettissimo il nuovo repertorio dei Babyshambles rispetto ai vecchi pezzi dei Libertines. Pete si scatena, lascia spesso da parte la sei corde e si concentra sulla voce, con piglio decisamente punk. Il ragazzo è un ottimo performer e stabilisce subito un rapporto di ironica complicità con gli spettatori, mentre il resto del gruppo rimane in disparte ed affronta con sicurezza le linee melodiche di “Down in Albion”.
Dopo mezz’ora circa di performance, la band attacca “La belle et la bete” e la domanda sorge spontanea: Kate Moss salirà sul palco a duettare con Pete, come accade su disco? E’ così. La modella arriva all’improvviso, stretta in un semplice abito color argento, canta il ritornello e se ne va, per poi tornare quando arriva il refrain. Il pubblico – specie quello maschile, cela va sans dire – va in visibilio, ed il sottoscritto non sa dargli torto. E’ a questo punto che si ha la netta percezione di stare assistendo ad uno di quei live che, sebbene privi di particolari virtuosismi o di grandi innovazioni, rimangono nella memoria. Non è questa la sede per indugiare sulle fattezze della signorina Moss, ma una cosa è certa: quando i due cantano insieme su un palco fumoso, con aria ammiccante e vagamente trasognata, la loro rock’n’roll swindle funziona a meraviglia.
Così come era evidente su disco, le canzoni dei Babyshambles sono gradevoli ma meno riuscite rispetto alle vecchie creazioni dei Libertines, probabilmente perché hanno sofferto di una certa foga compositiva, dettata dal pragmatismo dei discografici e dai problemi personali dello stesso Doherty. Ciononostante, dal vivo il repertorio fa un’ottima figura: seguire questa band nel tour appena apertosi è una scelta di cui non vi pentirete. Oltre al divertentissimo contorno da “circo del rock”, che ruota attorno a questi quattro scalmanati, ciò che rimane impresso è l’ineffabile attitudine di Doherty, che mischia complicità, passione, straniamento e – a tratti – un malcelato dileggio. Insomma, ve la faccio breve: da questo grande frullatore di Clash, Baudelaire, Daily Mirror e Camus si esce decisamente soddisfatti. L’impressione di fondo è che Pete Doherty, per quanto personaggio mediaticamente sovraesposto e spesso accusato di inconsistenza artistica, sia profondamente convinto di ciò che sta facendo. Ed è proprio questa, l’unica cosa di cui nessun artista può fare a meno: l’ispirazione.
A fine serata, gli spettatori sembrano molto contenti. Certo, non manca chi elargisce perle di saggezza, come: “A cantare così sono buoni tutti”, eccetera eccetera. Probabilmente simili commenti sono dettati da una punta d’invidia. Ma d’altronde, chi scrive non riesce a biasimare tale sentimento, dopo aver visto quei lunghi capelli biondi.

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