sabato 2 settembre 2006

Iron Maiden: A matter of Life and Death

Autore: Francesco Zavattari - Direttore di 4rum.it

C’è una premessa che sento di dover fare.
Ascolto gli Iron Maiden sin dalla prima infanzia (grazie a chi ha avuto la lungimiranza di imboccarmeli sin da piccolo). Ne sono assuefatto e stupefatto. E' la band che ho visto più volte dal vivo, quella di cui ho tutti i cd originali, quella che ha segnato la colonna sonora della mia esistenza fino ad ora.
Ciò detto, ogni volta che come un bambino eccitato mi trovo per le mani il nuovo album della “vergine di ferro”, prima di iniziarne l’ascolto, cerco con tutto me stesso di abolire il pregiudizio positivo che mi accompagna da anni e che mi fa pensare “Sarà senz’altro meraviglioso”. Per un’atra testata ebbi il grande onore e onere di recensire un’altro prodotto Maiden, , il penultimo, bellissimo Dance of Death.
Stesso timore di dar per scontato quel che scontato non dev’essere mai. I Maiden sono in fondo esseri umani e come tali soggetti ad errare. No.
Fortunatamente i miei sei cari inglesi, riescono sempre a trovare il modo di farmi sentire fiero e sicuro dei miei positivi pregiudizi. Totalmente. Anche stavolta, con questo meraviglioso “A matter of Life and Death”, un’album maturo quanto il gruppo che lo ha prodotto, interessante in ogni sfumatura, complesso e ipnotizzante come un vero “maiden” dev’essere.
Non date retta a chi da anni sbandiera un calo compositivo della band. Gli stolti trovano sempre qualcosa su cui ridire.
Ma entriamo nel merito di questo “A matter”. Come nella più gloriosa tradizione maideniana, ad aprire le danze è un pezzo semplice e diretto, senza tanti fronzoli: “Different World”, figlio di melodie scorrevoli e cori accattivanti da cantare tutti insieme appena i ragazzi entrano in scena (i maiden usano spesso aprire i propri concerti con il primo pezzo dell’ultimo album realizzato).
Segue “These Colours Don't Run” primo brano del disco in cui compare Dickinson come uno dei tre compositori. Si sente. Il pezzo, come del resto diversi altri a seguire, è fortemente influenzato dallo stile solista del cantante. Qui si entra in atmosfere meno sobrie rispetto alla precedente canzone. Si inizia a prevedere che l’album sarà un crescendo di eleganza e classe compositiva. Buona la voce, buoni gli arrangiamenti e l’impatto totale. Un groove trascinante chiude la canzone conducendoci alla terza traccia “Brighter Than A Thousand Suns”. Ed eccoci qua. Quintessenza maideniana. Espressione di bellezza, velocità e complessità. Questo è il primo pezzo realmente in grado di stupire, grazie a cambi repentini, riffs e tempi davvero splendidi e una voce “più brillante di mille soli” per davvero. Più di otto minuti di puro piacere. A questo punto, al buio, con le cuffie e completamente assorto, mi ha assalito involontariamente una riflessione. Durante l’ascolto dell’ultimo album di un altro qualsiasi gruppo, famoso o meno che sia, la concentrazione piega i muscoli del viso e quelli della fronte, creando quasi una smorfia di fastidio tanto è il dubbio sul giudizio circa quello che si ascolta.
Alla fine di questa terza traccia ero illuminato da un sorriso simile a quello fatto in occasione dell’ultimo rigore di Grosso ai Mondiali. Ecco che arriva “The Pilgrim”, brano caratterizzato da melodie arabeggianti alla “The Nomad” (dal primo album della reunion Brave new World), che sferza l’ascolto con linee più dirette del pezzo precedente.
E’ il turno di “The longest day”, che quasi a giocare in un balletto d’alternanza, sembra più fratello diretto di “Brighter Than A Thousand Suns”, non a caso infatti i compositori sono di nuovo gli stessi Smith/Harris/Dickinson. Niente da dire. La collaborazione del trio è proficua come non mai. La canzone è mossa su un ritmo crescente, trainata dall’interpretazione di un Dickinson davvero al fulmicotone. Un groove profondo e sincopato si spinge fino ai meravigliosi cori sostenuti dall’orchestra maiden e le sue tre chitarre, in modo davvero azzeccato. Eccoci a “Out of the shadows”, il pezzo che più di tutti gli altri risente a mio parere dell’influenza del lavoro individuale di Dickinson. Se avessi sentito “Out of the shadows” ascoltando “A tiranny of soul” (Ultimo full-lenght solista del cantante), non avrei pensato a niente di strano. Lo avrei semplicemente definito un bellissimo pezzo con influenze fortemente maideniane.
Le melodie sono quelle ricercate tanto care al nostro bruce e agli altri cinque, dove, come Di'Anno prima di lui in pezzi come Strange World (dall’omonimo “Iron Maieden”), il cantante si diverte a trovare le più sofisticate ed eleganti linee vocali accompagnato da un tappeto di stile veramente elevato.
Arriva poi “The Reincarnation Of Benjamin Breeg”, unico brano che la band aveva gratuitamente rilasciato in rete come anteprima già da diverso tempo. Non è semplice tenere il passo con i pezzi che lo precedono e soprattutto con gli ultimi tre a venire, ma la canzone riesce comunque a farsi apprezzare grazie soprattutto allo studio di atmosfere davvero affascinanti e un groove portante non eccezionale ma capace di rendere assolutamente piacevole l’ascolto.
Poi ecco “For the greater good of God”. Qui la band torna a fare davvero sul serio. Benedetto Harris nell’alto dei cieli! Il pezzo è destinato ad entrare nella lista dei classici. Con loro condivide i requisiti minimi richiesti: composizione eccelsa, interpretazione strumentale e vocale d’ispirazione quasi divina, cori d’altri tempi in grado di spingere come lacrime dagli occhi quel piacere di ascoltare dell’ottima musica.
Non il tempo di pensare “Grazie Iron”, che la dose è rincarata. Entra in scena la nona “Lord of Light”, insinuandosi con una overture comune a tanti altri brani. Pacata, quasi sussurrata. Poi una pausa, giusto il tempo per prendere fiato prima di uno dei riffs più “spassosi” che si ricordi dai tempi di Flash of the Blade (da Powerslave). La testa ha già iniziato a viaggiare avanti e indietro mentre ti rendi conto che Bruce Dickinson appoggia su quel riff favoloso una prestazione incredibile. Pressata e incalzante, modulata su una tonalità che i mortali non possono concepire. Tutto il resto è un crogiuolo illuminante di tempi e atmosfere dolci e misteriose. Le cuffie aiutano a capire che le tre chitarre hanno sviluppato, come in tutto il resto del disco, una simbiosi totale. Un orgasmo musicale dalle mille, susfaccettature. Tiriamo il fiato, “Lord of Light” è finita ed esce di scena per lasciar spazio all’ultima grande protagonista alla quale è affidato il compito di chiudere in bellezza un nuovo strepitoso capitolo dell’heavy metal. Fate attenzione all’ulimo brano. Non fate l’errore che ho fatto io ascoltandolo al buio, sdraiato e con le cuffie nelle orecchie. Uno degli effetti collaterali di “The legacy” è l’iponosi. Il rischio di perdersi in un mondo meraviglioso. In quei mondi dove già ci aveva spinto Coppola con il suo Dracula di Stoker, o Burton con il suo “Nightmare before Christmas”. In uno di quei mondi permeati di magia, di mistero e di cose che solo pochi oltre gli Iron Maiden riescono a raccontare come si racconta un sogno, quando eccitati ci svegliamo in mezzo alla notte. Il pezzo prende vita su una melodia incredibile. Semplicissima. Stupenda. Bruce inizia il racconto, chiedendo due minuti del nostro tempo a noi, poveri ascoltatori che a quel punto non possono che cadere in una sorta di trance. E’ un approccio alla narrazione simile a quello di “Dance of death” (dall’album omonimo). Un interazione con il fruitore del prodotto simile a quella utilizzata da Shakespeare in tante sue opere a partire da “Sogno di una notte di mezza estate”.
Non sempre la varietà è sinonimo di qualità, ma in questo caso, come nei pezzi che precedono questo “The legacy”, lo è assolutamente. C’è tutta una storia da scoprire dietro alle note della canzone, in una lega di suoni acustici e distorti, rimbalzati da un accompagnamento del basso alla “Murder in the rue Morgue” (dal loro secondo album “Killers”), febbrile e ricco di fioriture melodiche. “The Legacy” ha il pregio di confermare Gers membro ad honorem degli Iron anche per quanto riguarda la composizione, e il pregio di chiudere meravigliosamente un album eccelso.
Non mi sono speso a considerare pezzo per pezzo caratteristiche comuni a tutto il prodotto, come la raffinatezza e la classe racchiusa nei tanti soli, e la bellezza dei suoni davvero ben prodotti da Shirley e dallo stesso Harris. Una nota particolare: l’album che ascoltiamo non è masterizzato. La band infatti, non contenta del prodotto finale, mal lavorato dagl’incaricati, ha deciso di mettere in commercio la versione soltanto mixata (molto bene peraltro). Com’era masterizzato nessuno lo saprà mai, ma com’è ora è evidente. Perfetto.
Aspettando i ragazzi a dicembre, mese in cui benediranno a Milano i tanti possessori (fra i quali il sottoscritto) dei biglietti già spariti da mesi, non ci resta che ascoltare e riascoltare questo “A matter of Life and Death”. Poi saremo di nuovo qui, con il resoconto ufficiale dell’esibizione da parte di 4rum.it
God save the Iron!

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