martedì 19 settembre 2006

L'esilio nell'animo

Autore: Diego Simini, Direttore responsabile 4rum.it

Il ritorno in Palestina di un poeta dopo trent'anni di assenza forzata

L’esilio, quello vero, quello forzato, ha il sapore dello strazio. Il poeta Murid Al-Barghuthi in questo libro, un romanzo, o una testimonianza, rivela la potenza distruttiva della parola “esilio”, nella sua insidiosa permanenza nella mente e negli atti di intere generazioni di palestinesi, costretti dall’occupazione militare israeliana a stare lontano dalla propria terra per anni, decenni, trascorsi in continua attesa che le cose possano cambiare, che si arrivi a un accordo per il ritorno dei rifugiati, molti dei quali ospitati senza scadenza nei campi profughi di fortuna di Giordania e Libano.
La ghurba, l’esilio appunto, è quella che costringe Al-Barghuthi a stare trent’anni fuori dal proprio paese, perché la guerra del 1967 lo sorprende mentre sostiene gli ultimi esami all’Università del Cairo. Attraversato nel 1966 il ponte sul Giordano per andare a seguire l’ultimo anno di studi, Barghuthi potrà riattraversarlo in senso inverso nel 1996, più che cinquantenne. Nel frattempo molta acqua è passata sotto tutti gli altri ponti del mondo ma non sembra passata sotto quel ponte. Una giornata intera di attese e controlli sarà necessaria per poter varcare il confine segnato da quel fiume, ed ecco che Barghuthi ripensa all’immagine del ponte come luogo di incontro, come segno di unione tra due cose. Per lui, durante trent’anni, quel ponte è stato il segno della separazione, della lontananza, dell’impossibilità di abbracciare i propri cari, se non in fretta ad Amman, a Damasco, al Cairo, a Parigi, a Budapest…
Ho visto Ramallah ripercorre quel primo viaggio in Palestina di Al-Barghuthi. L’autore confronta in continuazione i propri ricordi con la realtà dei territori occupati e ne ricava sensazioni soprattutto desolanti. Non perché il ricordi dei “bei tempi andati” sovrasti la cruda materialità del presente, ma proprio al contrario. In trent’anni sarebbe giusto aspettarsi che le campagne abbiano conosciuto un’evoluzione nei metodi di lavoro, che i paesi siano diventati città e siano cresciute culturalmente. E invece Al-Barghuthi nota con sconforto che l’occupazione non ha tanto rubato il passato alla Palestina bensì qualcosa di più prezioso: il futuro. Tornato a Deir Ghassana, suo paese natale, pur ritrovando poche facce conosciute, tanti sono i giovani nati durante la sua assenza, Al-Barghuthi nota come tutto sia rimasto com’era, ma con l’aggiunta dei segni tangibili dell’occupazione: una strada riservata ai coloni israeliani, il cui insediamento spicca sulla collina, l’abbandono dei campi a causa della diaspora.
Qualche flebile segno di speranza c’è: la gestione quotidiana, l’amministrazione, è stata consegnata nelle mani dei palestinesi, e così per fare le pratiche che consentiranno a suo figlio di conoscere la terra dei suoi antenati, Murid non deve più rivolgersi all’occupante, ma a un ufficio dell’Autorità Nazionale Palesinese. Tuttavia, è tutta la situazione, materiale e psicologica, della ghurba che non ha soluzione: nessuno potrà cancellare le ferite che decenni di affrontamenti, di ingiustizie, di soprusi hanno procurato nell’animo non solo dei palestinesi. Nessuno potrà ridare vita al fratello maggiore di Murid, Munif, morto in esilio lontano da tutti i parenti, nessuno potrà riavvolgere la pellicola di trent’anni di notizie luttuose passate solo attraverso il telefono, e mai vissute di persona.
Ma questo libro non ha nulla del pamphlet contro l’occupazione israeliana e a favore della causa dell’indipendenza palestinese. In esso il lettore troverà pochi accenni alla presenza dell’occupante, e invece qualche attacco agli errori commessi da parte araba, dalle scelte sciagurate alle piccinerie di paese, come quelle di coloro che si appropriano delle terre degli esiliati. Ma sarà conquistato dalla lunga e dolorosa riflessione dell’autore sulla propria posizione nel mondo, dalla introspezione, per niente compiaciuta, dei decenni trascorsi dall’avvio della tragedia palestinese, il 5 giugno 1967, giorno in cui Al-Barghuthi casualmente pubblicava al Cairo la sua prima poesia.
Questo libro, esemplarmente tradotto e curato da Monica Ruocco (che firma una illuminante postfazione), è anche dotato di una prefazione di Edward Said, forse la penna più illuminata della Palestina, morto nel 2004.

Murid Al-Barghuthi, Ho visto Ramallah, prefazione di Edward Said, traduzione e postfazione di Monica Ruocco, Nuoro, Ilisso, 2005, pp. 177, € 13

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