giovedì 7 settembre 2006

Inland empire

Autore: Federico Giammattei

Titolo originale: Inland Empire
Un film di David Lynch.
Con Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Terryn Westbrook.
Genere: Drammatico, colore.
Durata: 172 minuti.
Produzione USA, Polonia, Francia 2006.

Durante il suo percorso come regista, Lynch ha sempre dimostrato di essere “avanti”, rispetto al cinema che piano piano si evolveva negli anni.
Inland Empire è sicuramente il nuovo traguardo di un autore, che ormai ha “abbandonato” il cinema, ed è andato oltre; lui stesso ha definito il film: “La storia di una donna innamorata e delle sue paure”; dopo la visione ci si accorge quando in basso si sia scavato per rappresentare ciò che sta in quelle poche parole. Ma il nuovo capolavoro di questo genio, non si ferma qui, al suo interno si cela una profonda rilessione sul cinema, su un linguaggio in continuo cambiamento e sulle sue molteplici realtà.
Impossibile tracciare una trama, come lo stesso regista ha rivelato, Inland Empire è stato girato senza una sceneggiatura, non seguendo mai una tabella di marcia prestabilita.

In una villa a Hollywood, fa visita alla proprietaria Nikky, una bizzarra vicina che con un inquietante atteggiamento la mette in guardia sul suo futuro da attrice, premonizzando un feroce delitto; la protagonista sta per girare un film sentimentale con un famoso attore del quale si innamorerà. Ben presto questa piccola introduzione della storia, lascerà il posto ad un allucinato incubo, ambientato in una moltitudine di distinte realtà che finiscono per intrecciarsi.
Durante il primo quarto di film, si ha l’impressione che Lynch sia ritornato, dopo Mulholland Drive, a descrivere la duplicità dell’essere umano; ma ben presto il percorso cambia dividendo lo sguardo tra riflessione esistenziale e studio del subconscio, ma anche tra visione esterna (spettatore) e ricerca interna sul “senso” di una possibile realtà tra le tante (cinema).
In molti dei suoi lavori, l’autore si prende letteralmente gioco dello spettatore,muovendo un passo in avanti per poi farne tre indietro, sgretolando le convinzioni di colui che cerca di seguire una possibile trama; in Inland Empire fa una cosa ancora più estraniante: Colui che guarda il film non riesce mai, se non quando il regista dia lui il permesso, a separare la “realtà” della vicenda, con le scene del film che la protagonista stà girando, intrecciandole in una fitta rete di incubi, mondi paralleli, viaggi della psiche dai quali non si riesce ad uscire. Per la prima volta Lynch, fa uso della tecnica digitale abbandonando la pellicola; una scelta coraggiosa e sconvolgente, ma completamente aderente alla concezione del film: Come lui stesso sostiene, “la pellicola è lenta”, forse le possibilità del digitale sono davvero più ampie, “non ti dà il tempo di pensare”, proprio quello che voleva! Colui che guarda non si concentra su uno stile “accademico” ma lascia che le convulse sequenze penetrino nell’immaginario individuale senza il minimo filtro.
Una nuova frontiera è stata raggiunta, il precursore ha mostrato, forse, il futuro.
Martin Scorsese sostiene: “le uniche cose che potranno evolversi nel cinema consistono nel salire l’ultimo gradino del contenuto erotico, e scavare ancora più all’interno dell’inconscio umano”. Riguardo al secondo punto, possiamo finalmente riaprire la discussione.

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