giovedì 18 maggio 2006

La casa del diavolo

In una sperduta e fatiscente dimora di campagna, una famiglia tanto buona da meritarsi l’appellativo di “Reietti del Diavolo” si rende protagonista di efferati delitti, torture e mutilazioni. Dopo un’epica sparatoria con la polizia, l’allegra combriccola di birboni si dà alla macchia; durante il loro peregrinare vengono raggiunti da niente meno che il pagliaccio protagonista del precedente capolavoro di Zombie, “La Casa dei 1000 corpi”. Nella loro avventura “on the road” non perdono la buona abitudine di uccidere, finché, in un’escalation di violenza cruenta, i protagonisti non arrivano alla resa dei conti finale con lo sceriffo che gli sta dando la caccia. Rispetto a “La Casa dei 1000 corpi”, questa pellicola si dimostra più matura, uscendo dai cliché di genere, affrontando tematiche di più ampio respiro e toccando anche l’anima più oscura e violenta dell’America. La famiglia protagonista (chiara citazione dal “Non Aprite quella Porta” di Tobe Hopper) pone subito un contrasto forte agli occhi dello spettatore: una parvenza tutto sommato di “normalità” accostata ad un feroce modus vivendi (sintomatica di ciò è l’usanza di dormire assieme a cadaveri). Il film rispetta a pieno i canoni del genere “noir”, configurando un ribaltamento sostanziale dei ruoli classici: lo sceriffo, in preda ad un dilaniante conflitto interiore, rivela la sua vera natura oscura, mentre la famiglia dei “cattivi” alla fine diviene vittima delle angherie del sedicente tutore dell’ordine.
Apice di questo procedimento di inversione è la scena in cui Otis, uno dei membri della famiglia, viene inchiodato alla sedia; il tutto richiama fortemente la crocifissione (anche esteticamente il protagonista ricorda la figura di Cristo), senza dimenticare il ruolo di Otis stesso, che per tutto il film si pone come l’Anticristo. Altro contrasto su cui gioca il film è quello incentrato sul pagliaccio; in lui la metamorfosi caratteriale è colta anche visivamente, nel momento in cui si toglie il trucco da clown. Contestualmente lo sceriffo riconosce nel pagliaccio stesso la figura del fratello morto, e ciò ispira in lui quel desiderio di vendetta che va oltre il semplice dovere del poliziotto, e che lo rende il vero “diavolo” del film. Interessante quanto sfuggente è la figura di Tiny, l’unico componente della famiglia ad avere non solo l’anima ma anche le sembianze da mostro; egli è il vero e proprio “deus ex machina” della vicenda, pur apparendo soltanto all’inizio e alla fine del film. Tiny agisce senza un fine ultimo, ma si fa guidare dall’istinto: è il simbolo della purezza intellettuale che a volte può assumere forme orripilanti. Il finale de “La Casa del Diavolo” dirotta fortemente il genere di appartenenza verso una dimensione da “road movie”, suggerendo una riflessione sul “sogno americano by Rob Zombie”: una società che si auto-divora sotto le note di “Free bird” dei Lynird Skynird. Rob Zombie dimostra una maturità tecnica inaspettata, rivelando uno stile a volte eccessivamente frammentato, ma alla fine originale e autoriale. Il cinema horror viene finalmente riportato al livello che merita. “La Casa del Diavolo” è un imperdibile gemma dell’horror contemporaneo, degno di una continuità artistica che solo Romero riesce a garantire. Il film ci permette finalmente di tornare al cinema per sporcarci gli occhi, garantendo una violenza mai banale o gratuita, bensì una lucida analisi della società odierna.
Frase del film: “Cinese, giapponese, mutande scese, tette appese”

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