lunedì 10 aprile 2006

Purple Haze

Autore: Matteo Pennati

Intorno alla seconda metà degli anni ’60, nella gioventù statunitense abbiamo lo sviluppo della cultura Hippie e di un nuovo panorama musicale, che emanava dalla grande rivoluzione compiuta da Beatles e Rolling Stones. Davanti agli occhi abbiamo una realtà molto complessa ed eterogenea, impossibile da imbrigliare all’ interno di confini troppo stretti: dal rock-folk di Bob Dylan, al blues di Janis Joplin, ai più spensierati Creedence Clearwater Revival e The Who, attraverso il rock afro di Santana, fino agli psichedelici The Doors e Jimi Hendrix. Questa nuova generazione vuole combattere la società ed il militarismo americano, attraverso una lotta pacifica e “rilassata”: si sogna un mondo di amore e pace, in cui l’ uomo riacquisti, nella sua purezza, una posizione centrale. Diviene naturale il momento di aggregazione e la volontà di stare insieme. Su questo sfondo si inseriscono la marijuana e l’ hashish, strumenti che permettono all’ individuo di aumentare le proprie capacità percettive e di proiettare la mente verso quell’ universo tanto sperato. In gruppo si discute , i pensieri volteggiano liberi nell’ aria e dallo stereo escono brani come “Mercedes” o “Bad moon rising”, mentre lo spinello passa da una mano all’ altra. La marijuana si delinea come il veicolo per conseguire una più pura interazione con gli altri: la comunità è così il palcoscenico, sul quale l’ uomo condivide idee, pensieri e rapporti sessuali, spogliandosi di qualsiasi inibizione.
Il volto più cupo di questa realtà sfaccettata è incarnato dai Doors e da Jimi Hendrix: brani morbosamente inquieti, che esaltano l’ assunzione di sostanze stupefacenti (basti pensare a brani come “Purple Haze” o “Light my fire”). Questo lato oscuro vede l’ ingresso di un nuovo personaggio: non più lo spinello, ma LSD. Finisce il momento di condivisione collettiva e l’ obbiettivo si sposta su una profonda e tragica solitudine. L’ acido allora diviene strumentale ad una volontà isolante, che ha la sua massima espressione nei Trip interori. L’ uomo si chiude in se stesso e LSD, unito alle sonorità della chitarra di Hendrix o alla voce di Morrison, imprigiona la persona nella sua individualità. Purtroppo insita nell’ animo umano è presente una solitudine fisiologica, che si materializza nell’ uso di allucinogeni e in canzoni come “Foxy Lady” o People are strange”.

Negli anni ’70 emerge negli Stati Uniti e nel Regno Unito una nuova tendenza musicale, il Rock Psichedelico, che affonda le sue radici in band che calcavano le scene già nel decennio precedente, come The Doors o Jefferson Airplane. L’ espressione che più evoca questa corrente, “ACID ROCK”, è stata però coniata dai Grateful Dead, gruppo di grande rilievo nella scena psichedelica. Fiorisce un nuovo rapporto con la droga: rimane LSD, che però diventa funzionale ad una comunicazione artistica molto più penetrante. Il Rock Psichedelico è un genere pensato come musica suonata e ascoltata sotto l’ influsso di acidi.
Questa uguale condizione del musicista e dell’ ascoltatore crea un rapporto ed un dialogo artistico ad un livello più profondo, impossibile da raggiungere senza l’ apporto degli stupefacenti. La droga perde i suoi connotati politico-sociali (presenti nella cultura hippie), e viene a connotarsi come strumento indispensabile dell’ arte. Nelle esibizioni live un ruolo notevole è giocato da luci molto particolari, che mirano a dare vita ad una dimensione surreale, verso la quale si proiettano sia artisti che spettatori. Grazie al mix musica-droga-luce, musicista e pubblico salgono verso una realtà metaempirica, all’ interno della quale avviene la compenetrazione artistica. Questa complessità concettuale ha fatto entrare il Rock Psichedelico nell’ ART ROCK, soprattutto grazie ai Pink Floyd che rappresentano la stagione più importante della musica psichedelica.

Inghilterra e Stati Uniti sono i centri propulsori di grandi avanguardie artistiche; infatti nei primi anni ’70 nel panorama anglosassone, nasce il Rock Progressive, che differentemente dagli altri movimenti, trova esponenti di spicco anche nell’ Europa continentale, rimanendo invece pressoché lontano dalla sponda americana. Band del calibro dei Genesis, Yes, Van Der Graaft Generator cercano di far avanzare il rock verso una più articolata architettura ed una maggior varietà melodica e compositiva. Si ricerca la sperimentazione ed uno slancio verso sonorità del tutto nuove; il musicista è un virtuoso dello strumento ed un intellettuale dell’ armonia musicale. Un quadro così dipinto, ridisegna il rapporto tra musica e droga; quest’ ultima perde la sua strumentalità: non è più il mezzo per arrivare ad un risultato, ma un semplice vezzo, accessorio dell’ artista intellettuale. Non ci si vuole staccare dalla realtà, ricercare una dimensione metafisica: la droga non aiuta la musica ma ha il mero ruolo di dare un tocco di maggiore intellettualità al musicista.

A New York intorno alla Factory di Andy Warhol, si forma un gruppo, che pur rimanendo nel buio per molti anni, è destinato a rivoluzionare la musica e ad avere grande influenza sulle band successive, i Velvet Underground. Capolavori del calibro di “Velvet Underground & Nico” o di “White light White heat”, non hanno inizialmente una grande divulgazione, avendo un pubblico molto ristretto, costituito da una ristretta elite di persone, legate alla figura di Warhol. L’ arte di Reed, Cale, Morrison e Muren Tucker verrà scoperta solo verso la fine degli anni ’70, con la nascita del Punk , che per molti aspetti ha il suo punto di partenza più recondito proprio nei Velvet Underground( oltre che negli Stooges e MC5). Molto simile è il rapporto droga-musica tra l’ esperienza newyorkese della Factory e il movimento punk: emblema di tale relazione è certamente “Heroin”, brano scritto da Lou Reed . Non si parla dell’ eroina in chiave positiva, mascherando il suo utilizzo dietro obbiettivi artistici o sociali da perseguire; i Velvet Underground in modo meravigliosamente tragico descrivono semplicemente la loro esperienza di aghi che penetrano dentro le loro vene. L’ assunzione di droghe è il frutto di una angoscia mortale, che avvolge l’ uomo, incapace di rispecchiarsi nella società e di trovare in essa punti di appiglio e di contatto. Nella mente umana c’ è un rigetto per il mondo esterno ed una volontà autodistruttiva: tutto questo porta, senza troppi perché o motivazioni , al desiderio di morte e dunque alle sostanze stupefacenti.
Il punk, abbiamo detto, risente molto della musica di Cale e gli altri; l’ ideologia di questo nuova corrente culturale/musicale è basata su un forte anticonformismo, sulla non accettazione dei valori della società e sul desiderio di porsi in una posizione di forte rottura con essi. Manca però l’ idea di combattere e lottare per cambiare le cose; questa ideologia può essere chiusa nella preposizione,”la società mi fa schifo e io voglio fare schifo alla società”. Anche in questo contesto la droga non è funzionale ad alcun fine, ma è solo legata al ripudio della realtà politica-sociale; sotto questo punto di vista siamo molto vicini ai Velvet Underground, sebbene la poesia melodica di quest’ ultimi, nel dipingere malumori e angosce, sia del tutto assente nel panorama punk.

Dunque rock e droga non sono due dimensioni separate e distinte, ma strettamente connesse: è probabilmente impossibile pensare a figure come Morrison, Joe Strummer o Roger Waters senza fantasticare sulle loro esperienze con la droga.

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