domenica 16 aprile 2006

"Denti bianchi", Zadie Smith

Autore: Pietro Ortolani

Il successo di “Denti bianchi” è una storia strana, così com’è strana la vicenda narrata nel romanzo. In realtà, se vi fermate alla superficie, questo librone di seicento pagine sembrerebbe essere privo di qualsiasi elemento proprio di un best-seller: non c’è l’assassino, non ci sono misteri da svelare, non ci sono anelli magici né provocanti allusioni sessuali. Al contrario, “Denti bianchi” segue l’evoluzione della vita di due famiglie, una bengalese e l’altra anglo-giamaicana, attraverso tre generazioni ed un secolo di storia inglese. Il plot, pressoché impossibile da riassumere in poche righe, è arricchito da una sconfinata serie di flash-back, digressioni ed episodi riguardanti personaggi secondari. Insomma, tutto il contrario della narrativa veloce, grezza e “cannibale” che sembrava prevalere alla fine degli anni ’90.
Già da queste sommarie indicazioni, avrete capito che il modello della Smith è da ricercare nella grande tradizione del romanzo inglese dell’Ottocento: più che dalle parti di Bret Easton Ellis, qui, siamo dalle parti di Edward Morgan Forster (non a caso, il romanzo si apre con una citazione del grande narratore inglese, che la Smith ha sempre espressamente nominato come suo principale punto di riferimento).
E allora, come ha fatto “Denti bianchi” a diventare uno dei maggiori fenomeni editoriali dell’ultimo decennio? Senz’altro, una delle ragioni è stato il contenuto “profetico” del romanzo: ben prima dell’attentato dell’11 Settembre, la giovanissima Zadie Smith si concentra su temi quali la società multietnica, l’integralismo islamico ed i pericoli del terrorismo fondamentalista. La scrittrice stessa, a più riprese, ha lamentato la superficialità di questo successo: piuttosto che dalla qualità letteraria intrinseca all’opera, il pubblico e la critica sono stati attirati dalla portata “premonitrice” della vicenda narrata, poi tristemente confermata dagli eventi storici.
Rileggendo il romanzo ora, a mente lucida, ci si rende conto di quanto la chiave di lettura “didascalico-politica” sia ingiusta e riduttiva: il terrorismo e l’estremismo religioso sono solo alcuni tra i molti temi trattati (e, per inciso, non i più importanti). Inoltre, rischiamo così di perdere di vista lo spirito centrale del romanzo, che è improntato molto più alla “commedia sociale” che all’accorata denuncia. In breve, “Denti bianchi” è un romanzo che regge alla prova del tempo, senza bisogno di sovrastrutture ideologiche, semplicemente perché è un’opera molto bella e molto divertente. Punto. Certo, a volte la struttura pecca in coesione, ma tenete conto che la Smith all’epoca aveva appena diciott’anni. Tenete conto, soprattutto, che qui abbiamo una scrittrice vera, di grande talento, da non perdere di vista. In attesa del nuovo libro, lasciandoci alle spalle i preconcetti, riscopriamo questo suo folgorante esordio.

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