martedì 14 marzo 2006

Manhattan

Di Woody Allen. Con Woody Allen, Diane Keaton, Mariel Hemingway, Michael Murphy, Meryl Streep. Usa 1979, b/n, 96’.

Isaac (Allen) è un intellettuale newyorchese pieno di problemi: detesta la trasmissione tv per la quale lavora, la sua ex moglie (Streep) lo odia e si accinge a rovinarlo, il romanzo al quale sta lavorando sembra essersi arenato, la sua situazione economica è precaria. A tutto ciò, aggiungete un’improbabile relazione amorosa con Tracy, una diciassettenne che vuole fare l’attrice (Hemingway). La situazione si complica ancora di più quando Isaac si innamora di Mary (Keaton), amante del suo migliore amico (Murphy). Non aspettatevi soluzioni definitive: “Manhattan” è una geniale rappresentazione di quel grande, tragicomico, irrisolto romanzo che è la vita quotidiana.
Emerge, anzitutto, lo sconfinato amore di Allen per la città di New York: la sequenza iniziale è di una bellezza commovente, grazie anche allo splendido bianco e nero della fotografia, contrastato e drammatico. Tra folgoranti battute e ironiche crisi d’ispirazione, è proprio in questi primi minuti che sta la sintesi del film: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”.
Non fatevi ingannare dall’andamento apparentemente alluvionale della sceneggiatura: sul piano narrativo, al contrario, “Manhattan” è un film molto controllato e coeso. Il meccanismo “magico” che Allen riesce a mettere in moto è quello di suscitare nello spettatore curiosità nei confronti dei personaggi: quando finalmente Diane Keaton entra in scena, già abbiamo voglia di conoscerla, esattamente come accade ad Isaac. Un’altra scelta decisamente vincente è quella di alternare scene di vario tema, senza far mai calare il livello dell’attenzione: si passa da scene d’amore (quelle domestiche con la Hemingway, le passaggiate con la Keaton), a scene di nevrosi (i litigi con la Streep, il licenziamento dallo show tv), a intermezzi di comicità classica alla Chaplin (le scene con il bambino).
Altro aspetto tipico di Allen, qui splendidamente rappresentato, è l’atteggiamento ironico nei confronti dell’aristocrazia intellettuale americana e dei suoi tic (memorabile, ad esempio, la scena del vernissage). In questo, come in molti altri film del regista (“Io e Annie”, ma anche “Criminali da Strapazzo”), la comunità intellettuale suscita un misto di attrazione e disprezzo: Isaac è profondamente irritato dall’atteggiamento “radical chic” di Mary, ma al tempo stesso finisce per innamorarsene e per preferirla all’acerba diciassettenne.
Che dire: un film eccezionale. I personaggi sono di un’originalità irripetibile, ma al tempo stesso diventano simboli dello smarrimento morale ed esistenziale del mondo moderno. Il tutto, non lo scordiamo, è supportato da un’interminabile serie di gag, che donano al film una preziosa grazia da commedia d’altri tempi. Tra le mie battute preferite: “Non ho mai avuto orgasmi del tipo sbagliato, mai. Con i peggiori, faccio tremare i lampadari”.

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