lunedì 27 marzo 2006

Aurora

Questo racconto inedito di Francesco Zavattari è presente all'interno dell'antologia "Nulla è per sempre", pubblicata da "Giulio Perrone Editore" e curata dalla giornalista e scrittrice Flavia Piccinni

Al muro ha appeso una stampa di Van Gogh, “l’alba” o “all’alba” o qualcosa del genere. La parete è sudicia e un po’ sudata. Grigia nei punti più fortunati. Il quadro però sovrasta tutto. Enea lo ha fatto incorniciare in maniera molto elegante. Qualcuno penserebbe fin troppo.
Lavora come custode dell’obitorio ormai da 12 anni, un quarto della sua esistenza, periodo che gli ha permesso di conoscere quasi ogni forma della umana carenza di vita. Si ricorda di quel ragazzino mutilato dall’incidente. Era sul sedile posteriore al momento dell’impatto, con quel maledetto quadro sulle gambe. Era un pezzo di valore appena acquistato da sua madre. Gli era stato chiesto di tenerlo ben stretto per evitare che subisse degli urti durante la marcia. Il padre si voltò per assicurarsene, giusto un attimo, giusto il tempo per finire nell’auto davanti. La cornice dorata si spezzò contro il bacino della ragazzo lasciando il vetro libero di recidergli il basso ventre per intero. I suoi sopravvissero ripensando in ogni momento a quell’antiquario
“abbiatene cura, opere del genere non sono così comuni” aveva detto loro sorridendo al momento del pagamento. Cristo quanto aveva ragione, soprattutto dopo che il sangue del bambino aveva ritinto di nuova linfa quello schifo di paesaggio dipinto cent’anni prima en plein air. Il medico legale lo mandò giù all’obitorio su un tavolo d’acciaio con grosse ruote. Enea lo chiamava il carrello della spesa. “Ecco un altro cliente per il reparto surgelati”, borbottava ogni volta che sentiva sfregare al piano di sopra le ruote contro i blocchi prefabbricati di cemento zigrinato che pavimentano l’ingresso all’obitorio. Quello Enea lo chiama “il tunnel”. In effetti Enea cambia i nomi ad ogni cosa, pensando, forse, che i loro propri non siano così interessanti.
Un giorno notò un bando di concorso comunale per un posto di lavoro. Alla specifica della mansione il cartello recitava diplomaticamente “Custode comunale”. Enea le pensò tutte. Si sarebbe ritrovato a controllare l’integrità delle aiuole nella piazzetta sotto casa del sindaco? O magari sarebbe finito come uno di quelli con le facce vergate dall’insolenza sempre di corsa sulle carrette raccattasudicio? Si rese conto che tutto questo aveva ben poca importanza. Lui aveva un progetto. Lui aveva da prender moglie di lì a breve.
“Non hai un lavoro! Come pensi di poter mantenere mia figlia?” era la domanda ricorrente della dannata suocera; domanda alla quale bisognava al più presto fornire risposta.
Corse a presentare la sua richiesta sicuro che come ogni altra stronzata comunale, anche quella avrebbe viaggiato per vie lunghe e tortuose. L’indomani fu contattato: “Il posto è suo”.
Alla gioia seguì lo stupore, allo stupore seguì la notizia. Tre settimane dopo Enea era marito di Sofia.
Come richiesto dall’impiegata che lo aveva contattato, Enea si presentò alle otto di due giorni dopo di fronte all’ingresso sud dell’ospedale. Non era molto distante dal magazzino merci del comune. Il punto d’incontro non risultò affatto strano.
Dopo quindici minuti d’attesa ecco arrivare una dottoressa, o forse un infermiera (c’è differenza quando sono vestite in quel modo?). Era grassa e un po’ sgraziata, ma ce la mise tutta per sorridere quando, stringendo forte la mano, chiese: “Il Signor Enea?” “Molto lieto”. La risposta non poteva essere più scontata. Senza chiedergli di seguirlo la donna entrò nel complesso ospedaliero ostentando un’assoluta sicurezza rispetto alla destinazione. Lui al contrario non conosceva nemmeno i termini del suo contratto “Lei è sposato Signor Enea?”
“No, ma lo sarò presto”
“Bene, mi fa molto piacere. Avrà bisogno di una persona in gamba che le rimanga vicino per i primi tempi”
“Certo, l’esperienza di un nuovo lavoro è sempre un passo impegnativo”
Continuando a marciare con Enea fedelmente al suo fianco, la donna sogghignò aggrottando un po’ la fronte.
Arrivarono ad una porta. Grigia con due maniglioni antipanico rossi. Poi si snodavano un paio di corridoi. Le pareti erano verdastre, il pavimento era di un linoleum bianco sporco. C’erano delle grosse lampade a neon ogni due o tre metri “Esattamente in cosa consiste il mio lavoro, Signora?”
“Non è stato informato? Lei ha un posto di lavoro ottimo. Con pochissime responsabilità e molto tempo libero da poter sfruttare per leggere, scrivere… Lei legge?”
“Si leggo, ma esattamente di cosa sarei custode?”
Arrivarono ad un ascensore con solo due pulsanti: -1 e T.
La donna schiaccio il primo. L’ascensore si mosse come se i cavi fossero stati recisi all’improvviso. Dieci secondi di marcia e le porte scorrevoli si aprirono su una grossa stanza, dello stesso colore delle pareti al piano di sopra, ma illuminata da una luce più gialla. Pacata. Quindici, forse venti tavoli d’alluminio si trovavano lì in fila, su più di metà dei quali riposavano altrettanti cadaveri.
A Enea sfuggì la sua calma proverbiale “Ma che cazzo di posto è? E’ l’obitorio? Il bando diceva custode comunale!”
“Signor Enea, l’obitorio è gestito dal Comune. Come diavolo è possibile che abbia accettato questo posto senza sapere niente?”
Enea si rese conto del motivo per cui la sua domanda era stata accettata così rapidamente e anche del perché l’impiegata aveva avuto così premura di fargli avere quel ruolo. Di un’altra cosa si rese conto. O accettava quel posto o poteva scordarsi Sofia. La dannata suocera stavolta sarebbe riuscita a convincerla che lui era un perdente “Su questi tavoli è dove vengono portati i cadaveri odierni da tumulare entro la giornata successiva , là invece è dove mettono quelli che devono subire ancora le autopsie”
Sgomentato dall’espressione posata che la donna aveva in viso nell’informarlo di certi particolari, si rese conto che una volta accettato quel posto avrebbe acquisito la stessa flemma di lì a breve. Guai a lui se non ci fosse riuscito. Si voltò nella direzione indicatagli. C’era una parete interamente composta di loculi d’acciaio. Una sorta di moderna catacomba tecnologicamente avanzata “I corpi vengono inseriti dagl’infermieri in questo modo”. La donna premette il pulsante alla sinistra di una qualsiasi delle urne. Un rumore, simile a quello di una cassaforte che si schiude, echeggiò in tutta la sala. Tirò la leva. Lo sportello si aprì lasciando fuoriuscire un piano d’acciaio scorrevole su cui poggiava il corpo di un vecchio. Un freddo gelido e insopportabile accompagnò la vista del cadavere “Vedi, ad esempio?” intanto la donna era passata al Tu “Questo ha fatto della bava. Tu devi pulirgliela. I medici vogliono riceverlo al meglio”
Enea era già entrato nella parte “Che gli è successo? Perché ha bisogno dell’autopsia?”
“Qualcuno sospetta che sia stato avvelenato dal nipote. Eredità. Hai presente? Comunque ognuno arriva qui con dei fogli che tu devi firmare sui quali c’è scritto tutto”
Spinse di nuovo il piano nel loculo, chiuse la botola e tutto fu a posto. L’obitorio aveva il nuovo custode.

Come ogni giorno Enea usciva in tempo per andare a pranzo a casa. Felice dell’abitudine al suo lavoro, felice della paga (non aveva colleghi da sormontare come in ogni altro apparato comunale e un aumento annuo gli veniva spesso concesso in automatico), felice di sua moglie e più di ogni altra cosa felice della sua piccola Aurora. Aveva sei anni e in mezzo a quella vita piena di morti era la cosa animata più bella che Enea avesse mai avuto.
Quel giorno rientrò in casa, sorridente come al solito, arrivò in cucina e trovò sua moglie in lacrime come mai l’aveva vista prima. Aurora era in salotto di fronte al televisore, seduta per terra, spenta e in silenzio, con quelle sue meravigliose treccine dorate.
“Che succede?”
“Un bambino le ha raccontato cosa fai di lavoro!”
“In che modo?”
“E’ in classe sua. E’ il figlio di un’infermiera. Una di quelle che ti portano giù i morti. E’ entrata in casa e mi ha chiesto: Mamma? E’ vero che papà pulisce la bava dai cadaveri?”
Enea sentì esplodergli qualcosa dentro. Rabbia. Dolore. O forse morte, come quella esplosa in corpo ad ogni suo cliente.
“Adesso non vuole più nemmeno mangiare. Vai a dirle qualcosa. Ti prego”.

Per sei anni tutto era andato bene, ma da quel giorno in poi ogni cosa andò in peggio. La gente continuò a parlare. Su Enea si raccontavano decine di storie. Aurora mangiava ormai a stento, costantemente seguita dai medici. Sofia poi; Sofia era diversa. Su di lei si abbattevano un continuo di battute e frasette ovunque si trovasse; a fare spesa, alla posta. Addirittura in ospedale quando si occupava della figlia.
Una mattina Enea era al lavoro e ricevette una chiamata al citofono “Vieni su. Hai posta”.
Aprì la busta e lesse.
Sofia chiedeva la separazione.

Oggi sono passati altri sei anni. Enea ha ottenuto quello che voleva. Dopo la lettera inviata al sindaco e forse dopo le pressioni del parroco, vista la situazione, gli è stato concesso di vivere sul posto di lavoro. La sua stanzetta grigia e il bagno sono stati messi a norma. I suoi pochi amici infermieri si sono alternati per dargli una mano a ridipingere un po’ le pareti. Il lavoro non è venuto un granché, ma il quadro, la stampa di Van Gogh che Aurora aveva scelto per lui poco prima che le impedissero di vederlo, era lì, fiero quanto il suo proprietario nel guardarlo continuamente.

Il solito frastuono delle ruote sul cemento, di nuovo il rumore dell’ascensore in arrivo. Ecco un altro cliente per il quale firmare un nuovo modulo. Era il quarto quella mattina.
Era in uno di quei sacchi neri con la cerniera “Questo va messo in frigo” gli anticipò l’infermiere nel passargli i fogli (Segno ineccepibile che gli aveva morbosamente sbirciati). Enea li firmò tutti rapidamente. Quanti ne aveva visti!
Salutò il collega e si diresse verso le catacombe spingendo il tavolo. Spesso l’occhio umano vede cose delle quali trasmette notizia al cervello solo qualche attimo dopo.
Enea, calmo come al solito, prese i fogli in mano e lesse attentamente quello che prima aveva soltanto scarabocchiato.

“Decesso avvenuto oggi alle 9 e 32 del mattino. Nonostante l’aggravato stato di anoressia della paziente, l’autopsia è richiesta per sospettato suicidio”.

Per conferma lesse anche il nome e gli altri dati del cliente. Aprì la cerniera e la guardò. La liberò di quella sacca orrenda. Premette il pulsante di uno dei loculi disponibili, si sdraiò sul piano che ne era fuoriuscito. Quindi afferrò il cadavere dal tavolo che aveva posto lì accanto. Era poco più che una piuma. La sdraiò su di sé stringendola forte contro il suo petto come faceva quando da piccola lei gli dormiva addosso. Allungò le braccia spingendosi lentamente. Il piano d’acciaio scorse faticosamente portando all’interno del loculo lui e la sua piccola. Una volta dentro per intero, agganciò col piede il bordo interno del portello riuscendo a chiuderlo. A quel punto buio e freddo furono totali.
Le lacrime che Enea trattenne permisero al freddo di congelargli gli occhi più rapidamente.
Quegli occhi che da sei anni non vedevano la figlia.
Adesso muore orgoglioso di stringere fra le braccia la sua unica e adorata cosa importante.
Aurora.

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