giovedì 23 marzo 2006

Antonioni: la trilogia dell' esistenziale

Autore: Lorenzo Riccò

Quello che vorrei fare adesso, con questo articolo, è parlare un attimo della trilogia dell’ inquietudine, realizzata dal grandissimo regista italiano Michelangelo Antonioni (oscar alla carriera nel 1993) negli anni che vanno dal ’60 al ’62. Molti libri illustri sono stati scritti sull’ argomento, ma questa recensione non pretende di analizzare le pellicole, compito laborioso ed arduo che non trova spazio in queste righe, vuole essere invece una lode appassionata ai 3 film: “L’ Avventura”, “La Notte” e “L’ Eclisse”, capaci di rappresentare uno stato d’ animo che proverò a mettere per scritto.
Nel 1960 esce “L’ Avventura”, a detta di molti, primo film veramente moderno. Sono state tante le pellicole che hanno rinnovato il linguaggio cinematografico, ma questa è la prima che stravolge il senso stesso del film. Pensate solo alla trama: inizia come un film giallo con la scomparsa di una ragazza, ma proseguendo, questa viene totalmente dimenticata, anzi, diverrà un peso per chi ne ha occupato il suo posto. Ma non era vero che in un film ogni cosa è subordinata ad un'altra e che ogni azione ha la sua conseguenza? Beh, in Antonioni no. Si diverte a stravolgere la compiutezza di un film, inserendo scene e sottotrame che non portano a niente, sono a prima vista inutili. Del resto anche i suoi personaggi sono inutili: la protagonista dell’ Avventura non ha definizione fino a quando non occupa il posto della scomparsa, la coppia de “La Notte” è indecisa e debole e la ragazza de “L’ Eclisse” si innamora e non-innamora della persona sbagliata.
Il cinema è stato e lo è tuttora un narratore di storie (preferibilmente fuori dal comune), ma Antonioni fa un rinnovamento intrinseco del film, portando “l’ inquietudine sottile e impalpabile” che attanaglia l’ uomo comune; adeguando il cinema alla modernità di temi già raggiunti dalla pittura e dalla letteratura nel corso del ‘900. Infatti, protagonista della trilogia è la coppia, bisognosa di amarsi a tutti i costi, dove in genere la donna si lega ad uomini egoisti e infedeli (come se l’ uomo dovesse supplire con il sesso l’ insoddisfazione che ha sul lavoro), c’ è sempre però, un muro che li divide, che rende impossibile la relazione. Questo trova il compimento ne “L’ Eclisse”, quando i protagonisti si giurano amore eterno e fissano un appuntamento, al quale nessuno dei due andrà per qualche inesplicabile motivo. Non per niente il titolo allude all’ eclisse dei sentimenti come spiega lo stesso regista: “A Firenze per vedere girare l’ eclisse di sole. Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio. Immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’ eclisse si fermino anche i sentimenti.” Incominciando proprio da questo film del 1962, narra la storia di Vittoria (Monica Vitti) che ad inizio film lascia il suo fidanzato e alla borsa di Roma incontra Piero (Alain Deloin) brillante broker di cui piano piano si innamora, nonostante i caratteri diversi: acculturata e gentile lei, sbrigativo e superficiale lui. Dei 3 film, questo è forse quello più critico al boom economico degli anni sessanta, si guardi alla feroce rappresentazione della borsa e al personaggio della madre che investe e perde i suoi soldi, nell’ aliente paesaggio urbano dell’ Eur di Roma e alla bellissima sequenza finale che sfocia nella metafisica, con le riprese a lampioni in via di accensione e strade deserte, dove un titolo di un giornale sulla precaria pace atomica lancia altri segnali di instabilità e di inquietudine. “La Notte” del ’61, vede la coppia sposata e inevitabilmente in crisi, impersonata da Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni, con Monica Vitti sempre presente come musa del regista in un ruolo di primo piano. Qui lo scenario è quello di una festa alto borghese, dove i due sposi saranno tentati dal tradimento, ma all’ alba si riuniranno nel campo da golf, poichè sarà soprattutto l’ uomo che non potrà fare a meno della sua consorte. In questa storia Mastroianni pare continuare l’ interpretazione de “La Dolce Vita” (peraltro dello stesso anno), pure qui, come nella scena finale sulla spiaggia della pellicola di Fellini, il personaggio trova un epilogo al sorgere del sole, si rende conto di quello che ha fatto e pare vedere una via d’ uscita. “L’ Avventura” invece, parla appunto di una sparizione che via via perde importanza. In modo pirandelliano Claudia ne prenderà il posto accanto a Sandro (Gabriele Ferzetti) e insieme si metteranno alla ricerca di Anna per la Sicilia. Anche qui i ruoli dei personaggi sono più o meno uguali agli altri film, quello che cambia è la dilatazione della storia dentro diversi paesaggi siciliani, come Noto, le isole Eolie ecc, che annunciamo la straordinaria capacità figurativa di Antonioni e rendono al film il primo posto nella trilogia. Il regista inquadra sullo schermo delle vere e proprie composizioni, bilanciate in maniera classica, ma con una freddezza e un distacco che lo avvicinano a De Chirico e all’ arte figurativa del realismo moderno. Peraltro sarà proprio la freddezza d’ analisi a diventare uno dei segni distintivi dello stile di Antonioni, i suoi attori recitavano senza conoscere tutta la sceneggiatura, per risultare incompleti, oggetti della composizione da manovrare sullo schermo. Predicava l’ essenzialità, credeva nell’ immagine tanto da ridurre al minimo le musiche e i dialoghi, perché come diceva Kandisky le parole dicono soltanto il superfluo. Ha saputo rappresentare l’ insicurezza non di una classe sociale, ma della classe sociale, scavando sotto la superficie che in questo caso è quella del boom italiano, con l’ occhio proprio solo ai grandissimi artisti.
Io non conoscevo Antonioni fino a poco tempo fa, poi ho visto le riprese che indugiano ancora quando il personaggio è già fuori campo, il volto inespressivo di Monica Vitti e ho dovuto scrivere questo articolo.

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