domenica 5 febbraio 2006

Ragazza punk

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it
Illustrazione di Paola Fanucchi tratta da matitanera.com

Il racconto che segue è frutto della pura fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a fatti, persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale.

La repulsione verso l’esposizione del corpo raggiunge l’acme con alcune mode in voga al centro: quante ragazzine imbronciate con il collo nascosto in sciarpe, o sprofondate in tessuti caldi indossati a mo’ di tuniche, hanno fatto innamorare adolescenti borghesi.
Antonio Pascale, La città distratta.


Volevo una ragazza punk.
La cosa presentava interessanti vantaggi, almeno ai miei occhi di diciassettenne. Tanto per cominciare, in quel modo potevo escludere dalla mia attenzione gran parte delle ragazze della scuola, con mio enorme sollievo. Ad esempio, G.M. era adorabile, brillante e con un bel culetto, ma aveva l’hobby della danza classica e si vestiva con le tute da ballo. Quindi G.M. non era una punk, quindi non mi interessava, perché io volevo una ragazza punk: orecchini, canne, scarpe sporche di fango, calze a strisce rosse e nere: mi sono spiegato? Ribaltavo l’esistente, in una mia personale lotta di classe: non era G.M. a ignorarmi, ma ero io a non volerla, perché la piattezza del suo vestiario e dei suoi gusti musicali facevano di lei, senza ombra di dubbio, un essere privo di poesia. E poi, G.M. aveva le iniziali in comune con una nota casa automobilistica, che sfruttava operai inermi con politiche d’assunzione schiavistiche. Insomma, questa era la situazione.
Volevo una ragazza punk e la cercavo nei luoghi che mi sembravano più adatti: per lo più locali rock, specializzati in ragazze punk. I locali di questo tipo sono per la maggior parte situati in zone periferiche, difficilissime da raggiungere e pericolosissime da frequentare, e vengono ricavati in un ex-qualcosa: il C. è ricavato in un ex-fabbrica, il T. è ricavato in un ex-cinema, il B. è ricavato in un’ex-balera, eccetera. Il D. era il locale che frequentavo più spesso, insieme a quelli che, di volta in volta, avevano voglia di venirci con me. Ci andavo anche due volte alla settimana. Il soffitto era alto meno di due metri, non c’erano posti dove mettersi a sedere, l’odore era sempre pessimo, tutto era appiccicoso di birra versata e mai pulita e le pareti erano tappezzate di ritagli di giornale. La cabina dove stava il dj, chissà perché, era una finta torretta medioevale di cemento, con tanto di smerli ghibellini. Immagino che dipendesse dal fatto che il D. era stato ricavato in un ex-locale in stile medioevale. Le persone che frequentavano il D. finivano per somigliarsi tutte. Alcuni avevano i capelli lunghi, la barba incolta, gli occhiali sporchi di unto, e sembravano essere lì per lasciar capire che erano disposti a innamorarsi di chiunque. Altre erano carine, mascherate con le collane africane e i sandali da zingarella, e sembravano essere lì per lasciar capire che non erano disposte a fare sesso con nessuno. Le loro magliette dicevano: boicotta coca-cola, non mi avrete mai come volete voi, dead kennedys, e via dicendo. Io e i miei amici provavamo a inserirci, non pettinandoci e portando la sciarpa anche nei mesi in cui non sarebbe stata necessaria, e anche nei posti chiusi molto caldi, come appunto il D. Ma, per quanto mi sforzassi di inserirmi, c’era sempre qualcuno che aveva più occhiaie di me, più stivali nazisti di me, più capelli rasta di me: erano sempre loro a uscire dal D. accompagnati da una delle ragazze punk, per la verità non moltissime.
Volevo una ragazza punk, ma la ricerca era più dura del previsto. Se non avete dimestichezza con luoghi come il D., potreste rimanere sorpresi dalla bizzarria delle tecniche di corteggiamento. In effetti, conoscere qualcuno in un luogo come quello non era facile, ma non mi lasciavo scoraggiare. Il ballo, prima di tutto: se piacevate a una ragazza, lei cominciava a spingervi in mezzo alla mischia e poi si metteva a ridacchiare con le sue amiche, mentre voi venivate stritolati in una pseudo-rissa a ritmo, per esempio, dei Ramones. Che cosa bisognava fare, in quei casi? Spingere la ragazza a propria volta? Si sarebbe potuta offendere, e non senza ragione. Tentare un dialogo? Visto (anzi, sentito) il volume della musica, il risultato sarebbe stato scadente.
Insomma, volevo una ragazza punk ma c’erano diversi ostacoli. A volte ne trovavo una, ma poi la guardavo ed era veramente troppo grassa, tanto grassa da non riuscire a ignorarlo, neanche se sei assillato da desideri di diciassettenne. Altre volte ne trovavo una e prendevamo anche a parlare, ma poi, nel mezzo della conversazione, lei si addormentava, perché aveva preso certe pasticche di cui non saprei parlare nemmeno se volessi. Una volta ne trovai una molto carina, coetanea, sembrava perfetta, ma poi ci mettemmo a ballare e non potei fare a meno di notare uno strano odore. Per capirsi: depuratore di fabbrica miscelato con spogliatoio di palestra affollata di quattordicenni. Non sentivo niente del genere dai tempi delle ore di ginnastica delle scuole medie. Era tanto forte da risultare quasi allucinogeno: anziché semplicemente sentirlo, quell’odore si sniffava, inevitabilmente, anche a metri di distanza. Quando mi resi conto che il puzzo veniva da lei, non riuscii a trattenere un conato di vomito. Lei forse pensò che fossi ubriaco, comunque se ne andò e la nostra storia finì lì.

Alla fine, trovai la mia ragazza punk. Si chiamava S.P., quindi aveva le iniziali in comune con i Sex Pistols, i quali, nel bene e nel male, avevano rivoluzionato l’arte del Novecento, quindi la nostra relazione nasceva sotto i migliori auspici. La guardavo, guardavo le sue calze a strisce rosse e nere e capivo che avevo trovato la ragazza che faceva al caso mio: avrebbe potuto anche crivellarmi le gambe di colpi con una mitragliatrice da guerra, ma a me sarebbe bastato dare un’occhiata a quelle calze a strisce per continuare a sorridere. Le mie abitudini andarono cambiando: ridussi la frequentazione del D., ridussi la frequentazione dei miei amici, ridussi la frequentazione dei miei genitori, ridussi la frequentazione della scuola. Ai miei occhi, eravamo una bella coppia: lei antagonista, io intellettuale radicale. Bonnie e Clyde agghindati da concerto grunge e catapultati in una provincia del centro dell’Italia, ovvero sul buco del culo del mondo. A proposito del mio aspetto di intellettuale radicale, non c’era stata premeditazione. In realtà, quando ancora ero bambino, la mia mamma, le mie zie e tutte le donne della mia famiglia erano state profondamente influenzate dal film “Il piccolo lord”: in men che non si dica, mi ero ritrovato il guardaroba da impubere colmo di golf a scacchi e giacche di tweed. Dopo una prima fase adolescenziale di ripudio violento, questi capi mi erano tornati utilmente “vintage” e ripresi a indossarli, anche perché ormai mi andavano un po’ stretti e mi facevano sembrare quasi un mod, il che mi piaceva. A proposito del suo aspetto, invece, c’era poco da dire: portava le calze a strisce rosse e nere.
S.P. viveva con la sua famiglia in un luogo davvero irreale. Era una casa di contadini, bella, stretta e lunga, come ce ne sono tante da queste parti. Di solito, attorno a case del genere ci sono degli ulivi, o una vigna. La casa di S.P., invece, era stata inglobata dal cemento. I campi erano stati venduti a un imprenditore, che li aveva sostituiti con:
1 motel che non dà nell’occhio, con pagamento anticipato e camere che si affacciano direttamente sul parcheggio, all’americana;
1 parco acquatico con scivolo parabolico;
1 centro commerciale con negozi quasi tutti sfitti;
2 discoteche, una da vecchi, serale, chiamata “Kokoriko latino”, e una da giovanissimi, pomeridiana, chiamata beffardamente “Insonnia”;
1 ristorante ricavato nei vagoni di un vecchio treno a vapore e chiamato tautologicamente “il treno”;
1 parcheggio sconfinato, animato da risse tra i frequentatori dell’Insomnia, specie durante le domeniche pomeriggio d’inverno, quando i lampioni si accendono già alle tre.
Il tutto, davanti all’ingresso dell’autostrada. Cito testualmente, da una recensione che scrissi in quel periodo per il giornalino della scuola: “il film procede per accumulazione di solitudini hopperiane”. Ecco, anche le adiacenze della casa di S.P. facevano altrettanto, e forse S.P. era diventata una ragazza punk per reazione.
S.P. mi portava a casa sua molto spesso. Entravo e trovavo suo padre, nel soggiorno, sdraiato sul divano, con la televisione accesa. Mi salutava e ridacchiava, ma non aveva mai nulla da obiettare sul fatto che salissi in camera di sua figlia. Faceva il camionista e si riposava un po’ prima di partire. Sua madre andava in giro a fare le pulizie e non la incontravo quasi mai. Le rare volte che la incrociavo, anche lei ridacchiava ma era molto gentile. Aveva la passione per la pittura e faceva un corso serale: le pareti erano piene di nature morte, paesaggi alpini, cavalli imbizzarriti sulla spiaggia. Il fratello era un ragazzino con la passione del giardinaggio, aveva continuamente le unghie sporche di terra e qualche vaso in mano. Non era precisamente un tipo socievole, ma non faceva niente più che ridacchiare mentre armeggiava con i concimi. La nonna c’era ma non si vedeva mai. Io entravo molto cautamente, salutavo molto cordialmente e salivo le scale molto velocemente.
Nella camera di S.P. c’erano un armadio, un letto singolo e tantissimi scaffali, pieni di libri e di dischi. A parte questi scaffali, nulla era in ordine. I vestiti stavano tutti sul pavimento, mischiati con altra roba: per arrivare al letto bisognava scavalcare scarpe, pennelli, pantaloni, scatole di preservativi, album di fotografie, accendini esauriti e cucchiai sporchi di cioccolata. Nemmeno il letto era sgombro: a volte mi capitava di trovarmi la fibbia di una cintura infitta nella schiena, ma in fondo non era un dolore insopportabile e finivo per non dire nulla e resistere impassibile, primo per non apparire borghese e secondo perché mi consideravo già abbastanza fortunato a poterla guardare mentre si sfilava le calze a strisce. L’armadio era totalmente vuoto: zero mensole, zero vestiti stirati, zero mutande piegate. Unica eccezione, sull’anta stava appeso un bell’abito da sera, nero, lungo, con una scollatura non esagerata. Spesso lo guardavo e mi chiedevo quali fossero le occasioni in cui S.P. si metteva quell’abito, e se l’avrebbe mai indossato in presenza della mia modesta persona.
Non sarebbe corretto dire che io e S.P. facevamo l’amore: era lei che me lo faceva fare, così come un grande campione potrebbe accettare di fare una partitella con i ragazzi di un campetto amatoriale. Almeno, questa era l’impressione, ma io non sembravo esserne dispiaciuto: mi bastava uno sguardo alle calze per mettermi all’opera, con lo stesso infaticabile impegno che si legge nei movimenti di certi cagnolini randagi, ai giardini pubblici. Di altre cose, invece, S.P. sembrava assai contenta: le nostre conversazioni, ad esempio. Mi disse varie volte che sarebbe stata ad ascoltarmi per ore, mentre le parlavo dei post-impressionisti e del dadaismo e della differenza tra John Cage e John Cale e di molte altre cose che in realtà conoscevo solo vagamente. Ma lei non poteva saperlo, così come non poteva sapere che, mentre mi producevo in quelle pièces de réstistance culturali, la fibbia della sua cintura mi stava procurando un’atroce piaga nel costato. Quindi: io parlavo alla grande, lei mi faceva fare l’amore. Quando lo facevamo, l’unica cosa che mi disturbava era la musica proveniente dalle due discoteche: di giorno house, di notte latinoamericana. Rimediavamo accendendo lo stereo al massimo volume: finivamo per farlo accompagnati dai Monks, dagli Stooges, dai Violent Femmes, una volta perfino da Louis Armstrong. Non so immaginarmi che periodi possano essere stati, per chi nel frattempo cercava di dormire sul divano, prima di partire con il camion.
Finivo per trascorrere con S.P. la gran parte del mio tempo. Ogni tanto andavamo a un concerto, oppure a una mostra d’arte, oppure lei mi portava in una libreria, mi chiedeva quali libri mi sarebbe piaciuto leggere, se li infilava nella borsa e usciva con naturalezza. Da quelle giornate, trassi due importanti certezze. La prima: avete presente quelle colonnine che stanno ai lati della porta d’uscita, nei negozi? Quella roba non funziona. Servono solo come deterrente per gli esseri pavidi come me. La seconda: era bello andare in giro con una ragazza punk, facendo vedere a tutti che era la tua ragazza punk. Forse era solo una mia speranza, ma mi pareva di cogliere una certa curiosità negli occhi dei passanti, che ci scrutavano, immaginando che fossimo membri di chissà quale setta artistico-rivoluzionaria. La baciavo nei portoni, a caso, e mi sorprendevo quasi del fatto che me lo lasciasse fare ancora una volta. Mi piaceva vederla arrivare all’ingresso della mia scuola e andarmene con lei, mentre la campanella suonava e gli altri entravano. Insomma, bastava dare un’occhiata a quelle calze e a quella borsa piena di libri rubati: esattamente quello che volevo.

Eravamo sul suo letto e le stavo raccontando del mio romanzo, che in realtà non esisteva. Avevo millantato di avere scritto un romanzo, duecentotrenta cartelle già pronte e serrate nel cassetto, in attesa di pubblicazione. In realtà, avevo scritto tre pagine e mezzo, poi non sapevo più come andare avanti. La mia opera cominciava con la frase “Ho diciassette anni ma non ne ho voglia”, che mi sembrava una frase bellissima per iniziare un romanzo. E comunque, avevo letto in un manuale di scrittura che la prima frase non si può cambiare per nessun motivo, quindi non avevo molta scelta. S.P. era orgogliosa di ospitare in camera sua un romanziere, che forse, prima o poi, sarebbe anche diventato famoso. In quel momento, le stavo spiegando che era difficile riassumere la trama del romanzo, perché era molto elaborato e sperimentale, anche se, come ho già detto, il vero motivo era un altro. Mentre stavo sproloquiando in questo modo, ci fu il rumore di una porta nel corridoio. S.P. saltò subito su e disse:
- Cazzo, la nonna!
Mi fece alzare velocemente e mi chiuse nell’armadio, proprio come succede in certi film. Uno spiraglio era rimasto aperto e così vidi che S.P. si infilava velocemente sotto le coperte. I passi della nonna, nel corridoio, si avvicinavano. S.P. fingeva di dormire. La nonna entrò nella camera, spostò con il bastone la roba sul pavimento, si chinò su S.P. e le dette un bacio sulla guancia. Poi uscì, i passi si allontanarono e la porta si richiuse. S.P. venne ad aprire l’armadio e mi fece uscire. Quella pudicizia mi piacque molto. Tornai a letto e volevo continuare a dire bugie sul romanzo, ma S.P. mi interruppe, perché doveva dirmi qualcosa. Doveva dirmi che entro qualche settimana se ne sarebbe andata via, in Irlanda. Non per vacanza, per qualche settimana. Se ne sarebbe andata e basta. Me lo disse con aria dispiaciuta, ma si vedeva che era determinata ad andare. Io decisi di non fare troppe scene, forse per orgoglio o chissà perché. Dissi che mi sarebbe mancata, e questo era verissimo.
Mi chiese di rimanere a dormire con lei, ma dopo un po’ il letto mi sembrò troppo piccolo e mi alzai. Mentre mi vestivo, pensai che non mi ero mai accorto di quanto fosse stretto, fino a quella sera. S.P. ora dormiva davvero. Io me ne andai.

S.P. ci andò davvero in Irlanda, tre settimane dopo quella sera. Non ci eravamo scambiati promesse di fedeltà o niente del genere, ma comunque io le fui fedele sempre. Ci sentivamo al telefono quasi tutti i giorni, lei mi raccontava quello che faceva; io, invece, avevo ripreso a non fare niente. In realtà, anche questa situazione presentava interessanti vantaggi: potevo continuare a escludere dalla mia attenzione tutte le donne del mondo, perché avevo la scusa di essere legato indissolubilmente a una ragazza punk, che stava a migliaia di chilometri di distanza e che magari non sarebbe tornata più.
A novembre c’erano tre giorni di vacanza e mi venne in mente di andarla a trovare. Lo so che cosa state pensando: pensate che questa sia una di quelle storie in cui lui si invaghisce di una lei che abita molto lontano e affronta un lungo viaggio per farle una sorpresa, ma poi si scopre che in realtà lei non era innamorata per niente e così lui se ne torna a casa deluso ma più maturo. Vecchia storia: ci hanno scritto una canzone sopra anche i Velvet Underground. Nella realtà, però, non funziona così. Nella realtà, se vi nascondete in un armadio, non c’è niente di emozionante e non venite quasi mai scoperti. Nella realtà, prima di andare a comprare un biglietto d’aereo, telefonate per avvertire che state arrivando, così evitate le situazioni imbarazzanti. Così feci io. Lei mi disse che le sarebbe piaciuto tantissimo. Solo dopo decisi di andarci, chiaro? Comunque, la cosa importante è che ci andai.

A Dublino, quando volete attraversare la strada, ci sono delle grosse scritte per terra che dicono LOOK LEFT e LOOK RIGHT, così evitate di attraversare senza guardare e di morire investiti. A Dublino, accanto a queste scritte, ci sono delle grosse frecce sull’asfalto che indicano a sinistra e a destra, così evitate di morire investiti se non sapete l’inglese. A Dublino, quando gli automobilisti si fermano davanti alle strisce pedonali, tirano pure il freno a mano, così evitano di perdere il controllo della macchina e di investirvi, voialtri, che attraversate dopo aver guardato left e right. Rimasi a Dublino poco più di una giornata, e sinceramente non vidi molto più di questo.
Arrivai a Dublino la sera tardi, S.P. era venuta a prendermi e mi accompagnò nella camera dove abitava. C’era anche il caminetto, pieno di cartacce e lattine vuote. Le pareti erano così unte che sul muro, dietro al letto, erano rimasti attaccati i capelli di tutti quelli che avevano dormito lì nei decenni precedenti. A me però piaceva. S.P. mi fece accomodare e poi se ne andò, perché doveva fare il turno di notte nell’albergo dove lavorava. Io mi addormentai subito, nel letto in affitto, con le lattine vuote e i capelli degli estranei.
La mattina dopo, appena uscita dal lavoro, S.P. tornò. Io dormivo ancora. Entrò nella camera piangendo. Mi spiegò che il padrone dell’albergo l’aveva rimproverata come sempre perché non si vestiva e non si pettinava properly. Io la consolai un po’, ma lei continuava a piangere. Allora io, in quattro e quattr’otto, la convinsi a licenziarsi: andare lì e mandarlo a fare in culo, da brava ragazza punk. So che potrà sembrarvi una cosa un po’ egoista, visto che S.P. aveva faticato un sacco per essere assunta e io l’avevo convinta a mollare tutto, solo perché non avevo voglia di passare la mia unica giornata con lei a sentirla lamentarsi. Che volete che vi dica: forse avete ragione. Fatto sta che smise di piangere, ci vestimmo e l’accompagnai all’albergo.
Mentre lei distruggeva la sua posizione sociale, io l’aspettavo su una panchina. Ci mise un sacco di tempo, per litigare col manager e poi per ritirare tutta la sua roba. Sulla panchina c’era freddissimo e tutto intorno si sentivano i rumori dei freni a mano, quando il semaforo diventava rosso. Per passare il tempo, presi un foglio di carta che avevo nel giubbotto e mi misi a scrivere un racconto. Il racconto parlava di una ragazza che si licenzia da un lavoro alienante e da quel momento sente che la sua vita cambierà in meglio. Sentite, saranno anche mosse sleali, ma era il mio unico giorno con lei.
Mentre tornavamo alla stanza con le pareti unte, regalai a S.P. il foglio con il racconto. Lei fu molto contenta e finalmente rideva e mi baciava. Prendemmo un po’ di birre per festeggiare e tornammo subito a letto. Fine della mia visita di Dublino “esterno giorno”.
Quella volta, incredibilmente, funzionò anche a letto. Anche per lei, voglio dire. Mentre mi rendevo conto della differenza tra questa volta e tutte quelle precedenti, realizzai chiaramente che era l’ultima.
Le birre finirono verso le nove di sera e decidemmo di uscire, per mangiare qualcosa. Andammo in un locale del centro che conosceva lei, molto più bello di quelli che avevo frequentato io, quando cercavo la mia ragazza punk. Magari era ricavato in un ex-qualcosa, ma non si vedeva per nulla. Mangiammo e bevemmo ancora. S.P. mi lasciò per un momento ad un tavolo e andò al bancone, per chiedere qualcosa. Quando tornò, aveva di nuovo un lavoro. Io fui molto contento, anche perché il fatto di averla spinta al licenziamento cominciava a pesarmi sulla coscienza. Un bel locale dove non c’era bisogno di vestirsi properly.
Il lavoro cominciava quella sera stessa: c’è sempre un lato negativo. La salutai e uscii dal locale da solo.
La mattina dopo tornai a casa.

Arrivò Natale, e le ragazze punk di tutto il mondo fecero ritorno a casa per fare gli auguri alla propria famiglia. S.P. non fece eccezione: arrivò il 23 dicembre. Io volevo andare a prenderla all’aeroporto, ma insistettero per andarci i genitori. Sarei stato di troppo.
Il 24 dicembre, io e S.P. andammo finalmente a fare una passeggiata insieme, come succedeva un tempo. Appena la vidi, notai che era ingrassata una decina di chili, ma non mi importava nulla. Pensai che la passeggiata sarebbe durata qualche minuto e poi saremmo saliti in camera sua. Non fu così: la passeggiata durò più di due ore, nonostante la pioggia, con S.P. che andava sempre avanti senza dire quasi nulla. Io pestai la cacca di un cane, ma lei non se ne accorse neanche e continuò a camminare.
Alla fine le chiesi:
- Non te le metti più, le calze?
- Quali calze?
- Quelle che avevi prima di andare via. A strisce.
- Sémbrérébbé di no.
Disse proprio così, sémbrérébbé, in dialetto, con tutte le vocali chiuse. Come avrebbe detto la sua nonna.
- Dopo andiamo in camera tua?
- Sémbrérébbé di no -, disse un’altra volta.

La cena della vigilia di Natale si fece come sempre dai miei nonni, con tutti i parenti. Dopo gli antipasti, avevo già bevuto una bottiglia di vino quasi intera. Mi alzai e andai in bagno.
Alla cena c’era anche mio cugino. Lui è la persona adatta da cui farsi assistere, in situazioni del genere, e infatti aveva già capito tutto. Mi aiutò mentre vomitavo e poi pulimmo tutto, così nessuno si accorse di nulla. Mentre mi sentivo male, immaginai che, probabilmente, quella sera, S.P. si sarebbe messa l’abito da sera nero. Sarebbe stata bella, anche così grassa.
In tutti quei mesi, quella ragazza mi aveva provocato questa sensazione: state camminando per strada e avete una canzone in testa. Una bella canzone, magari una di quelle vecchie che nessuno ascolta più. A un certo punto, decidete di entrare in un negozio, o in un bar, o dove volete: non importa. Entrate, e lì dentro stanno trasmettendo proprio quella canzone.
Vi è mai successo?

Nessuno si accorse di nulla. Mio cugino mi dette un buffetto sulla guancia e tornò a tavola. Poi anch’io uscii dal bagno. Stavo meglio.
Non avevo più desideri particolari.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Pietro,
quest' oggi per qualche strano motivo ho cercato su google "volevo una ragazza punk", e ho ritrovato quel che cercavo: un racconto che letto e apprezzato almeno 10 anni fa. Avevo vent' anni, o probabilmente meno.
Non so se leggerai mai questo messaggio ma desidero farti i complimenti per questo bel racconto. Sono l' unico ad aver commentato, ma sicuramente uno dei tanti ad aver apprezzato.
Grazie!

Marco