mercoledì 22 febbraio 2006

Fuga dalla scuola media




Di Todd Solondz. Con Heather Matarazzo, Brendan Sexton jr. e Victoria Davis. Titolo originale: “Welcome to the dollhouse”. 87 min., Usa 1995

Dawn è una ragazzina timida, complessata, miope e innegabilmente brutta. A casa resta schiacciata tra un fratello nerd, fanatico dell’informatica, e una sorellina zuccherosa, modello reginetta del ballo, per non parlare dei genitori: due ottusi bastardi provinciali impermeabili alle emozioni. A scuola, è la vittima costante dei soprusi dei compagni, che non hanno nulla da invidiare alla caserma di “Full metal jacket”. Brandon, un suo compagno di scuola, minaccia quotidianamente di violentarla, ma sarà forse proprio lui la figura meno negativa. Non aspettatevi redenzioni, da questa pellicola: la vita continua sempre uguale, e l’infanzia sembra essere proprio un gran letamaio. Vincitore del Sundance 1996, “Welcome to the dollhouse” è davvero un film da riscoprire. Il rischio dello stereotipo “distruggiamo-la-famiglia-americana” è abilmente evitato da Solondz, che firma una sceneggiatura asciutta e credibile e dirige gli attori con gran buon gusto. Una menzione speciale merita la grandiosa Matarazzo, bambina di talento davvero eccezionale, perfettamente a suo agio in un ruolo così impegnativo. La regia è scarna, in linea con l’estetica low budget che permea l’opera: visivamente ricorda la desolazione del “dogma” di Lars Von Trier, ma tutto è strumentale al racconto, senza inutili intellettualismi. Vi metto una pulce nell’orecchio: non vi pare che questo film assomigli un po’ a “Donnie Darko”? Dei tratti in comune, senz’altro, ci sono: la critica alla provincia plastificata e all’emarginazione dei diversi, per esempio, oppure la presenza di tratti grotteschi. In entrambi i film, poi, ricorre il medesimo episodio: un uomo stimato e insospettabile viene scoperto pedofilo. Saranno tutte conseguenze, d’accordo. Rimane il fatto che “Fuga dalla scuola media”, rispetto a “Donnie Darko”, ha il pregio non trascurabile dell’immediatezza. Rimane il fatto che, se certi temi ricorrono così spesso, probabilmente la società americana ha davvero qualcosa di marcio. Infine, un piccolo appunto polemico. Perché mai un film come questo, che per sua natura si rivolge ad un pubblico attento e sensibile, deve subire una traduzione di titolo così patetica? Pensate davvero, cari distributori italiani, di attirare qualcuno in sala in questo modo? Io, invece, non voglio ingannare nessuno: “Fuga dalla scuola media” non è il seguito di “Fuga da New York”, non c’è Kurt Russell con un occhio bendato e non ci sono scontri a fuoco postatomici. C’è la realtà, che a volte è ben più spaventosa.

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