sabato 28 gennaio 2006

The velvet underground and Nico (parte I)

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

1967 - Parte I
Continua il viaggio di 4rum tra le pietre miliari della storia del rock. E’ la volta di uno degli album più rilevanti di tutta la storia musicale del Novecento: l’omonimo primo disco dei Velvet Underground (per interdersi, “quello con la banana”). Passato pressoché inosservato al momento della sua uscita, nel 1967 (davvero difficile crederci!), l’album diventerà poi, con il passare degli anni e il maturare dei gusti, un oggetto di smodato culto ed un fortunatissimo long-seller. “The Velvet Underground and Nico” fotografa uno dei momenti più esaltanti, creativi e malati dell’arte nordamericana: l’esplosione della cultura pop, il nuovo modo sperimentale, performativo e catatonico di intendere l’esibizione rock, la nascita del mito di Andy Wahrol e della sua factory e, più in generale, la trasformazione dell’intera New York da città industriale a simbolo, eterno e postmoderno, di una nuova concezione del bello. Ehilà, che discorsoni difficili – starete presumibilmente pensando. E allora, limitatevi a far partire il disco, e ad ascoltare le canzoni: 1. SUNDAY MORNING. C’è tutta l’essenza di questa band: le atmosfere, apparentemente dolci, lasciano presagire un’inquietudine profonda e rassegnata. Non c’è rabbia, né possibilità di redenzione: ascoltare questo pezzo significa arrendersi e farsi cullare dal nichilismo. La voce di Lou Reed, mascherata da un pesante velo di effetti, è ostentatamente femminea: di qui nascerà il glam rock. Ricordatevi che siamo nel 1967: mentre a New York la scena musicale è dominata dal folk di protesta del Greenwich Village, i Velvet Underground inventano queste filastrocche perverse. Un certo Andy Wahrol capisce che il gruppo è qualcosa di totalmente nuovo, e decide che quei ragazzi saranno la band ufficiale della factory. 2. WAITING FOR THE MAN. Il primo pezzo punk della storia, un capolavoro assoluto. Supportato da una musica monocorde, tribale, ossessiva, Lou Reed racconta i pensieri di un eroinomane in attesa dello spacciatore. La cesura è netta: non ci sono più allusioni e ammiccamenti velati (alla Doors, per intendersi), ma si parla esplicitamente della tossicodipendenza, senza moralismi né giudizi di alcun tipo. La leggenda vuole che l’espressione “the man”, per riferirsi al fornitore di droga, sia stata coniata da Jack Kerouac (“Sto aspettando l’uomo/con 26 dollari in mano”, “Non è mai in anticipo/è sempre in ritardo/la prima cosa che impari è che devi sempre aspettare”). Da questo pezzo trarranno ispirazione tutte le formazioni garage rock, punk, grunge: è come il big bang, l’inizio del gran casino. 3. FEMME FATALE. Facciamo finalmente conoscenza con la voce di Nico, l’algida vocalist introdotta nei Velvet da Wahrol stesso. Questa ballad è un ritratto, dolce e inquietante al tempo stesso, di una “donna fatale”, spietata e irresistibile. Il tema non è nuovo, anzi, ricorre in molti episodi dell’arte del Novecento (si pensi alla pittura di Egon Schiele). In questo pezzo, così come in molti degli altri che compongono l’album, si intravede l’attitudine creativa tipica della band: trattare temi abbastanza scandalosi (il sesso, la morte, la droga) in maniera diretta, ma al tempo stesso con piglio intellettuale e vagamente letterario. Non è un mistero che i Velvet odiassero le massificazioni della cosiddetta “controcultura” dei figli dei fiori: questa, al contrario, è una musica volutamente “di nicchia”, che se ne frega delle esigenze del grande pubblico. In anticipo sui tempi, di almeno vent’anni. 4. VENUS IN FURS. Ancora una volta, l’ispirazione colta ed il tema scandaloso: questo pezzo, ispirato al romanzo “Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch, parla in modo inequivocabile di perversione sessuale. Emerge qui in tutta la sua genialità il contributo di John Cale, impegnato alla viola, che crea un’atmosfera da incubo, con distorsioni “noise” ante litteram che sfiorano il disturbo fisico. Cale, gallese trapiantato in USA, viene dall’esperienza della musica contemporanea e dalle sperimentazioni minimaliste con il “guru” LaMonte Young. Le sue raffinate divagazioni in punta d’archetto sono sorrette dalla granitica Maureen Tucker, una delle batteriste più significative della storia del rock, che pesta come un’ossessa sui tamburi, illuminando la composizione di un’aura lugubre e malata. Basterebbe una canzone come “Venus in furs” per ascoltare quest’album per anni ed anni. 5. RUN RUN RUN. Il brano è apparentemente uno dei meno innovativi del long playing: la forma canzone è tipicamente anni ’60, in linea con l’estetica beat. In realtà, da pezzi come questi si riescono ad intuire aspetti assai significativi dell’universo creativo di Lou Reed, come l’amore per il rock’n’roll classico e per i ritmi percussivi, che saranno centrali nella sua carriera solista. E poi, gli assoli di chitarra frenetici, acidi e continuamente interrotti sono un marchio di fabbrica destinato ad influenzare miriadi di musicisti.

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