giovedì 8 dicembre 2005

Miles Davis: Bitches brew

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

“Bitches brew” è senz’altro l’album più significativo della produzione jazz-rock di Miles Davis, nonché l’imprescindibile antesignano del genere che acquisterà poi grande fama con il nome di “fusion”. Risulta davvero difficile scrivere qualcosa su questo doppio lp, a proposito del quale sono stati versati fiumi d’inchiostro. Ribadisco, quindi, ciò che già in altre occasioni ho sottolineato: quest’articolo è solo un modesto, sincero invito all’ascolto, senza alcuna pretesa critica o storica.

Con “Bitches brew”, Davis si pone l’ambizioso obiettivo di fondare una nuova musica nera, libera dai vincoli del mercato, che superi le barriere tra jazz e rock. Pur partendo da posizioni opposte, è un’operazione simile a quella che sta facendo Jimi Hendrix. E infatti, sono evidenti gli echi del chitarrista di Seattle e di altri artisti rock di colore (Sly and the family Stone, ad esempio): ritmi ipnotici e tribali (l’organico prevede ben due batteristi e un percussionista), riverberi elettrici, tempi dilatati e distorsioni assai innovative. Quanto alla tromba di Miles, si può dire che siamo davanti a un vero e proprio rap: non c’è più dicotomia tema-assolo, ma una continua, ossessiva, violenta reiterazione, come una filastrocca voodoo. Le somiglianze con quello che sarà il rap sono impressionanti: Davis fa un uso abbondantissimo di loop e cut and paste (in un’epoca in cui il pc ancora non esiste!) e abbandona il suo leggendario stile “sussurrato”, in favore di qualcosa di nuovo e scioccante. In una parola, “rock”.

Anche nell’atteggiamento di orgoglio etnico, ostentazione di catene d’oro e polemica più o meno velata con la cultura wasp, il Miles Davis della fase elettrica va somigliando sempre più ad un rapper. Davis passa da compassato jazzman a hippy antisistema, e poi ancora a provocatorio rappresentante della cultura afroamericana. In realtà, in dischi come questi o quelli di Hendrix, ci sono poche parole parlate, ma moltissima “politica”. Di qui ai Public Enemy, il passo è più breve di quanto sembri. Il messaggio è chiaro, esaltante, dirompente: la musica nera non è più un edulcorato teatrino per l’uomo bianco, ma è la base sulla quale fondare un nuovo orgoglio. E’, in tutti i sensi, una musica “popolare”, come lo erano i canti degli schiavi o dei carcerati.

Lo spirito dell’album, di ritorno alle origini africane e al tempo stesso di raffinata psichedelica, è colto pienamente dalla splendida copertina di Mati Klarwein, noto anche per le cover di Santana (“Abraxas”, ad esempio). Per chi (come il sottoscritto) non potesse permettersi il libidinoso doppio vinile, un’ottima scelta è la ristampa su cd in edizione cartonata, prodotta in occasione dell’anniversario, con un ricco libretto che illustra tutti i segreti delle sessions.

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