lunedì 26 dicembre 2005

"Led Zeppelin", 1968 - Parte II

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

5. YOUR TIME IS GONNA COME. Un pezzo molto particolare. Il b side di “Led Zeppelin” si apre con un lungo, sognante assolo di Jones all’organo, fino al perfetto ingresso di batteria e chitarra. “Your time is gonna come” è una canzone musicalmente molto dolce, delicata, il tocco di Page è lo stesso che troveremo in “Stairway to heaven”. Eppure, anche qui c’è un certo gusto per i contrasti forti: il testo assai aggressivo, incentrato sul rancore nei confronti di una donna infedele, produce un effetto alquanto straniante, se si presta attenzione alle parole. “Uno di questi giorni, tra non molto, tu mi cercherai ma io me ne sarò andato”. E’ puro blues, ma è anche pienamente hard rock.

6. BLACK MOUNTAIN SIDE. Ecco un tipico esempio di come un pezzo, di per sé bello ma non memorabile, possa acquisire un enorme valore dal contesto nel quale è inserito. Se questo strumentale stesse su un album degli Hot Tuna, forse non sarei qui a parlarne. E invece, inserito in questo disco, si amalgama perfettamente alla canzone precedente: sono anche episodi come questo che conferiscono personalità ad un disco. Da notare che Page, già agli esordi, dimostra interesse per le sonorità orientali, che torneranno in futuro nella celebre “Kashmir”.

7. COMMUNICATION BREAKDOWN. Il pugno nello stomaco. Ascoltare questa canzone alla fine degli anni ’60 doveva essere uno shock inconcepibile (in confronto, gli odierni Cannibal Corpse sono un coro di voci bianche): niente di più pesante era mai stato suonato. Questo è il primo pezzo metal della storia della musica: riff secco, semplice e veloce, ritmo ossessivo, voce ormonale e ammiccante. E poi un assolo vertiginoso, introdotto da un urlo di Plant che lascia poco spazio a commenti: “Suck it!”. Se “Communication breakdown” non vi dice granché, è probabile che il rock non faccia per voi.

8. I CAN’T QUIT YOU BABY. Celebre blues di Willie Dixon, interpretato magistralmente. E’ la dimostrazione che per fare un buon pezzo rock-blues non bisogna fare acrobazie da circensi, ma suonare con sincerità. Plant canta magnificamente ma senza strafare, Page si lancia in un assolo complesso ma mai gratuito. Ciò che però rende questa canzone magnifica è il lavoro di “Bonzo” Bonham. Ascoltate le rullate, i passaggi sui tom: c’è originalità, c’è potenza, c’è precisione, c’è tecnica, ma al tempo stesso non c’è niente più del necessario. E quando una band arriva a suonare con una simile intelligenza, non può che nascere un capolavoro.

9. HOW MANY MORE TIMES. Questo è il vero cavallo di battaglia nei primi live degli Zeppelin: veniva impreziosito di volta in volta con citazioni di altri pezzi, fino a diventare un medley di oltre mezz’ora. Anche in questa versione di studio, più ridotta, sono riconoscibili diverse citazioni, da Howlin’ Wolf fino all’Albert King di “The hunter”. E’ la degna conclusione di un capolavoro, sintesi della poetica dei primi Zeppelin: il riff assassino, le ritmiche serrate e precise, la voce sensuale di Plant, la chitarra di Plant che alterna purezza blues e riverberi elettrici di grande modernità.

Parliamoci chiaro: dischi come questo dovrebbero essere distribuiti gratuitamente dal Ministero della Cultura. Non è così, purtroppo, ma vi basterà entrare in qualsiasi negozio di dischi, con una banconota da dieci euro, per rimediare alle lacune della classe politica. Per la serie: a volte la felicità ha un prezzo, eccome.

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