mercoledì 21 dicembre 2005

"Led Zeppelin", 1968 - Parte I

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

Guida ragionata al primo album dei Led Zeppelin

Personalmente, considero il “primo” dei Led Zeppelin uno dei tre dischi più importanti di tutta la storia del rock: è la più perfetta dimostrazione di che cosa sia una rock band. Gli elementi sono semplici: chitarra, basso, batteria, corde vocali di prima qualità, un budget di 1750 sterline e una manciata di ore in sala di incisione, nel 1968. E’ uno di quei rari dischi nei quali si respira un’atmosfera inconfondibile: se chiudete gli occhi, vi sembrerà di essere in sala prove insieme al gruppo, tanto il suono è semplice ed autentico. Si tratta di un album registrato praticamente in presa diretta, che ripropone il repertorio dei primi esperimenti live zeppeliniani (il memorabile tour scandinavo in particolare). Il risultato è a dir poco esaltante: fin dal primo impatto visivo, viene voglia di possedere questo disco, ascoltarlo, conoscerlo, farlo proprio. La copertina rappresenta un dirigibile in fiamme, e in alto a destra sta scritto, semplicemente, “Led Zeppelin”. Nessun titolo, nessun orpello, nessuna descrizione, solo un nome bizzarro e una fottuta esplosione: nel 1968, questa era vera comunicazione d’avanguardia (John Entwistle degli Who dirà che l’idea del dirigibile era stata sua, ma chi può dirlo?). Il retro presenta un ritratto dei giovanissimi membri del gruppo, immortalati da Chris Dreja (il quale, prima di diventare fotografo, aveva suonato con gli Yardbirds, anche se non so quanto questi particolari possano interessarvi). Insomma, guardate questo disco e vi chiedete: chissà che roba è? Allora estraete il vinile (o il cd, visto che sono passati trentasette anni), lo fate suonare e il risultato è più o meno questo:

1, GOOD TIMES BAD TIMES. Di questo pezzo mi piace da impazzire l’inizio, con il riff secco di Page che si intreccia alle scansioni ritmiche di Bonham, fino a sfociare in una melodia splendida e molto solare. Il ritornello, cantato a più voci, riecheggia gli Yardbirds, mentre il velocissimo assolo di chitarra è davvero qualcosa di mai sentito, rivoluzionario, geniale. Fin dalla prima traccia, che pure non è un pezzo tipicamente Led Zep, si capisce che questo disco è davvero “kickass” (parola intraducibile, ma non è difficile capirne il significato).

2. BABE I’M GONNA LEAVE YOU. Questo pezzo è considerato un episodio “minore” nel repertorio degli Zeppelin. Ebbene, pensare una cosa del genere è più insensato, stupido e ottuso che immaginare di coprire il deficit di uno Stato vendendone le coste. “Babe I’m gonna leave you” è l’incarnazione della Bellezza, punto e basta. Si tratta di una canzone popolare sull’amore infelice, che gli Zeppelin reinventano in chiave molto moderna. L’idea di fondo è quella di alternare momenti di dolcezza sognante ad altri momenti molto ritmici, semplici e “pesanti”. Badate bene, il succo dell’heavy metal è proprio questo. Plant introduce qui il suo celeberrimo uso ripetuto della parola “baby”, che ricorrerà in tutta la decennale carriera del gruppo. Page dà prova di grande tecnica negli arpeggi con l’acustica, dal gusto vagamente ispanico, ma è sempre attento a non tradire la semplicità folk del pezzo. Su Bonham e Jones c’è poco da dire: sono la sezione ritmica più granitica dei loro tempi, tecnici, metronomici, originali ma mai eccessivi. Gli echi elettrici emergono quando il pezzo si fa “heavy”, ma sono trattati con sapienza e parsimonia (e qui si capisce che Jimmy è anche un gran produttore). E’ l’unico brano dell’album a discostarsi, in qualche misura, dall’essenzialità della presa diretta, ma il risultato non è per nulla artefatto. E’ semplicemente l’anello di congiunzione tra una concezione molto pura del folk ed un modo del tutto nuovo di intendere il rock.

3. YOU SHOOK ME. Si tratta di un blues di Willie Dixon, riletto in chiave Page. Sulla base di un semplice riff blues, il gruppo costruisce un adorabile pezzo di bravura, con un susseguirsi di ottimi assoli. John Paul Jones si segnala per il grandioso pezzo di organo elettrico, Robert Plant è semplicemente eccezionale all’armonica. Ancora una volta, la ricetta Zeppelin è la ricerca delle nuove frontiere del rock, pur restando saldamente ancorati ad una matrice blues popolare e sanguigna. La perla del pezzo sta nella chiusura, nella quale l’elettrica di Page sfida gli acuti di Plant. Il modello del call and response toccherà forse vette più rumorose e spettacolari con i Deep Purple, ma nessuno lo fa con questo stile. Anche nei toni più acuti, Robert dimostra un’eccezionale capacità di modulazione, che lo distingue nettamente dai suoi mille epigoni, più o meno riusciti (vedi alla voce Axl Rose).

4. DAZED AND CONFUSED. Le prime note di basso basterebbero per far entrare di diritto John Paul Jones nella rock’n’roll hall of fame. In origine un traditional, il pezzo esisteva già ai tempi degli Yardbirds e assume, in questa registrazione, toni ammiccanti e anche vagamente spaventosi. L’andamento ritmico è ipnotico, la voce di Plant è un lamento che echeggia perversione e sofferenza, ma l’elemento forse più scioccante è la telecaster di Page, suonata e stuprata con un archetto da violino. Al terzo minuto, il brano raggiunge la climax e sfocia in un’esplosione liberatoria. Viste le atmosfere vagamente morbose, sarebbe interessante paragonare “Dazed and confused” alla “Venus in furs” dei Velvet Underground, coeva e ancora più esplicita. Se vi interessa approfondire l’uso dell’archetto da parte di Jimmy Page, è impedibile il doppio dvd, uscito un paio di anni fa, che ripercorre la storia del dirigibile.

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