sabato 24 dicembre 2005

King Kong

Autore: Lorenzo Riccò

Quando la bestia è l’ ultima speranza

La curiosità del pubblico è legittima nel vedere l’ ultima fatica del “signore dell’ anello” e andando al cinema a vedere il “King Kong” di Peter Jackson, lo spettatore si aspetta un due ore abbondanti di spettacolo, effetti speciali in dolby bestia e tanto divertentimento. Ma non è così, o almeno non è solo questo. Per cominciare il fatidico scimmione compare nel film molto tardi, così, in tutta la prima parte, Jackson si dedica al tratteggio dei personaggi: il determinatissimo regista Carl Denham, impegnato nella realizzazione del suo capolavoro, interpretato da un Jack Black in ottima forma dopo l’ esilarante “school or rock”, l’ attrice di vaudeville Ann Darrow, interpretata da Naomi Watts e lo sceneggiatore di successo Jack Driscoll, recitato da Adrien Brody. L’ ambientazione è la New York degli anni ’30, rampante ma in depressione e fedele alle scenografie del primo King Kong (1933). In questa prima parte il film è nella sua forma peggiore, sia in alcune discutibili scelte registiche, ma anche anche per alcuni dialoghi; tuttavia vi è tutto il tempo necessario per fare decollare la storia, cosicché non ci si trovi davanti all’ azione, senza aver messo carne sul fuoco. Carl Denham, pur di realizzare la sua opera, fa salpare una nave alla volta di un’ isola inesplorata, convincendo Ann Darrow a seguirlo, sia per la povertà che assilla la ragazza, ma anche per la promessa di lavorare con lo sceneggiatore Jack Driscoll, da lei ammirato, che Carl costringe nel viaggio grazie ad uno stratagemma. L’ isola che li accoglie è allo stato selvaggio, e riscontra (manco a dirlo) il confronto uomo-animale, civiltà-natura che sarà il tema principale del film. Ann viene catturata da degli indigeni del posto, che la offrono allo scimmione, questo però si innamora di lei, proteggendola dai pericoli come un vero principe, a dispetto dei poveri uomini, che si trovano sballottati in un mondo a loro opposto. Oltre all’ intramontabile trama, sono molti i rimandi, che lo infarciscono di un buon sottotesto, c’ è un’ enorme citazione di Lovecraft: l’ arrivo nel mondo indigeno è infatti la trasposizione fedele del racconto “Il richiamo di cthulhu” dello scrittore americano, dall’ enorme muro, al racconto del norvegese, fino al culto arcaico e primitivo, elementi che Jackson prende in prestito per sottolineare l’ estraneità del luogo e per conferire al suo King Kong un tono mitico e leggendario; anche il marinaio di bordo, il giovane Jim (l’ ex “Billy Elliot”), legge “Cuore di Tenebra” e nomina più volte il viaggio lungo il fiume alla ricerca del primitivo, tema che ha ispirato peraltro, anche lo storico “Apocalipse Now”. Potremmo continuare sulla perdita del lato animale grazie all’ amore, presente in molte opere, ma quello che conta veramente, è che per tutta la durata della pellicola, lo spettatore è preso intensamente a tifare per la bestia, per il lato selvaggio, che verrà in seguito imprigionato e portato nella Grande Mela come un trofeo, il povero Kong, sovrano nella foresta, colui che poteva sconfiggere i tirannosauri con una mano tenendo la bella nell’ altra. Ed è proprio la storia d’ amore il vero punto forte, con la sfida tra l’ intelligenza di Jack Driscoll e la forza di King Kong, per la conquista della donna, ma il vero amore è sicuramente tra la bella e la bestia, soggetto che può apparire scontato, ma in questo film raggiunge un ottimo livello, sia dal punto di vista visivo (i tramonti con uno scimmione sono sempre struggenti) ma anche da quello emotivo, ha infatti il pregio di essere un film che piace a tutti, mostrandoci una bella storia (con tanti arricchimenti intelligenti) che non disdegna di commuovere e piacere al grande pubblico e non.
Nel 1933 data del primo King Kong, doveva essere un colpo vedere la “bestia” sul nuovissimo Empire State Building, meraviglia della tecnologia umana. Rappresentava forse l’ ultima sfida del mondo animale, d’ altro canto, vederlo adesso, appare come un romantico guerriero d’altri tempi destinato a perdere in partenza.

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