sabato 5 novembre 2005

La sposa cadavere

Autore: Francesco Zavattari - Direttore di 4rum.it

L'ultimo capolavoro di uno degli ultimi registi davvero Cult.

Poetico, raffinato e profondo. Premesso questo possiamo iniziare ad analizzare “La sposa cadavere” (Corpse Bride), ultimo fenomenale capolavoro di Burton, come un normale prodotto audiovisivo. La storia è ambientata nel XIX secolo, in un tipico villaggio vittoriano nord europeo. Victor è un giovane sulla ventina, figlio d’influenti commercianti di pesce, ricchi ma non aristocratici. Victoria è invece la giovane figlia di nobili, possessori del titolo ma privi di ricchezza dopo essere finiti in rovina. I due ragazzi per ovvi motivi di reciproco interesse familiare sono costretti promessi sposi. Fatto però che non sembra, come spesso accade, destare in loro particolare sconforto. Anzi. Lui non è così male; ha il tipico fascino da poeta maledetto. Magro, dalle occhiaie pronunciate e scuro nel vestirsi (Johnny Deep per intendersi, prestavoce nel film). Lei non è per niente male e contrasta Victor perfettamente, con il suo stile luminoso, roseo e aggraziato con quella punta di fascino misterioso (Helena Bonham Carter. Ecco tutto.) La cosa sembra fatta, ma in una fantastica sequenza resa magnificamente, Victor intento in una prova del suo giuramento infila l’anello ad un rametto che sbuca dal terreno. Quel rametto è in realtà un dito scheletrico e lo scheletro stesso (di una ragazza morta di recente) diventa l’improbabile e terrificante sua sposa. Victor diventa a questo punto una sorta di Dante, viaggiatore fra le due terre; quella devi vivi e quella dei defunti. Il regista ci mostra un protagonista dolce e sensibile capace di farsi sintesi di tutti i suoi migliori caratteri dei precedenti lavori. Victor è deciso a non far soffrire nessuno (nessuna in questo caso), ma è altrettanto deciso ad aver sua la donna di cui s’è innamorato veramente. La viva fra le due. La cosa sembrerà banale solo a chi è banale, diversamente apparirà a chi della poesia riesce a percepire gli odori più delicati anche quando emanati da un veicolo tanto affascinante quale quello utilizzato in questo caso. Cinematograficamente La sposa cadavere è un manuale dell’esteticamente eccelso. Avete presente le opere di Piero della Francesca dove niente è lasciato al caso e il minimo segno di grazia è giustificato da sezioni auree e bilanciamenti geometrici precisamente calcolati? Bene, le scene in questione sono spesso paragonabili. Ogni ambientazione è accogliente e spinge l’occhio dello spettatore a cercare sempre una nuova finezza fra i mille particolari di cui il film è tempestato. Il tutto però è molto discreto, non alla maniera degli ultimi saturi Guerre Stellari per intendersi, dove si sfiora la crisi epilettica osservando molte scene. Mai tanto azzeccato è il termine “colonna sonora”, elemento portante davvero funzionale alla struttura narrativa. La fotografia poi è mozzafiato, capace di stordirti con un favoloso “canone inverso” che vede luci colorate e brillanti dar vita alla terra dei morti, e, al contrario, mille sfumature d’ombra pacata ad oscurare il più triste mondo dei vivi. Geniale. La critica tecnica si può anche tacere. Dare per scontato la sua magnificenza. Questo regista ha inventato un genere e coltivato i vari modi per renderlo al meglio. La burtoniana stop-motion di strada ne ha fatta a partire da “Vincent”, suo primo prodigioso cortometraggio del 1982 (peraltro citato nel film in maniera molto simpatica). La tecnica è ormai a livelli inimmaginabili anche grazie all’apporto di nuovi strumenti aggiunti e mescolati come la computer grafica, e nuovi materiali come il lattice, che da oggi può annoverare fra i suoi nobili scopi anche quello di essere utile a Tim Burton. Che dire? Contattate tutti i John Woo e i Michael Bay del mondo e informate loro che possono far colpo con un prodotto cinematografico facendo esplodere migliaia di dollari di automobili e palazzi condendo il tutto con chili di strafighe e improbabili eroi, o, in alternativa, seguendo per alcuni mesi le lezioni del Prof. Burton, che un po’ come ad Art Attack, sarà in grado di mostrare loro quanto spesso le cose migliori vengano fuori da un po’ di pongo, cartone e soprattutto tanta maestria. Probabilmente l’unica delle sue doti impossibile da insegnare.

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