giovedì 17 novembre 2005

Keane

2004, di Lodge H. Kerrigan.

William Keane sta disperatamente cercando la piccola figlia di sei anni, persa in una stazione degli autobus. L’uomo ha evidenti disturbi mentali; riuscirà a riacquistare il contatto con la realtà dopo aver conosciuto la piccola Kira coetanea della figlia perduta.


Seconda collaborazione di Kerringan con il regista e produttore Steven Sodebergh, che con il suo ultimo lavoro, Bubble ha rivelato particolari inclinazioni verso il cinema indipendente americano. Il film rivela ben poco riguardo al passato del protagonista, compresa la vicenda della scomparsa della figlioletta, che fino alla fine rimane un punto interrogativo; le uniche certezze che lo spettatore ha, sono quelle che si trovano all’interno della testa di Keane, interpretato da un’eccezionale Damian Lewis. Per tutta la prima parte, la macchina da presa rimane sul viso del protagonista che è in preda a disperazione, raptus violenti e schizofrenia; come lo stesso Kerringan dice: “Keane è stata la volontà di esaminare la reazione alla perdita di un bambino”. Ma forse il film va oltre la “semplice” analisi psicologica, William potrebbe non aver mai avuto una figlia, la sua condizione potrebbe essere scaturita dal distacco con la società e con qualsiasi tipo di rapporto affettivo: dalla solitudine. I pochi contatti che Keane ha con altre persone potrebbero essere interpretati sia come una richiesta d’aiuto, sia come un voler trovare un capro espiatorio sul quale riversare tutta la sua violenta angoscia. La bambina da poco conosciuta risveglierà in lui il contatto con la realtà, come si percepisce nel finale dove, in seguito ad un momento di lucidità, William troverà il coraggio di uscire dal suo mondo interiore trovando in se stesso un bagliore di speranza. Film maturo e ben diretto, sul piano stilistico però, l’inquietudine che trasmette è pari solo alla sua incapacità di decollare.

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