martedì 1 novembre 2005

The essential Jefferson Airplane

Autore: Pietro Ortolani - ViceDirettore Esecutivo di 4rum.it

Tempo fa, mi è capitato di ascoltare una conferenza di un professore della London school of economics esperto in conflitti etnici e interculturali: la tesi di fondo era che gli Stati Uniti, a partire dal secondo dopoguerra, hanno esportato nel mondo la loro mentalità e il loro stile di vita, servendosi di potenti strumenti per il controllo delle coscienze, come la televisione, la pubblicità e la musica rock. Sebbene sia rimasto impassibile a prendere appunti, dentro di me pensavo: “La musica rock? Ma che dice? Si vede che questo tizio non ha mai ascoltato i Jefferson Airplane!”. Infatti chiunque si sia imbattuto, durante la propria adolescenza, nelle note di un pezzo come Volunteers, conosce perfettamente la particolare sensazione che si prova nell’intuire che dal proprio stereo sta uscendo una dichiarazione di libertà vertiginosa e selvaggia. Chi non avesse avuto ancora una tale fortuna può facilmente rimediare con questa raccolta, The essential Jefferson Airplane, che attinge con sapienza dalla discografia del gruppo di San Francisco: da Takes off a Thirty seconds over winterland, passando attraverso i capolavori Surrealistic pillow, After bathing at Baxter’s e Volunteers. Se elencassi tutte le ragioni che dovrebbero spingervi a quest’acquisto, dovrei scrivere una recensione lunga quanto l’Ulisse di Joyce. Innanzi tutto, Grace Slick uno dei personaggi femminili più affascinanti della storia del rock. Jorma Kaukonen, poi, è uno dei chitarristi più fantasiosi della west coast. Ma la vera ragione per cui questi pezzi sono davvero essenziali è un’altra: in questa musica è racchiuso lo spirito di un’epoca irripetibile, in cui San Francisco era la capitale intellettuale d’America, in cui il flower power non era ancora una moda da modelle anoressiche e Woodstock era solo un posto in campagna, in cui ti poteva capitare di essere ingaggiato come batterista perché “hai la faccia da batterista” (successe proprio così al drummer dei Jefferson, Skip Spence), in cui c’era una gran confusione di LSD, stivali di pelle nera, manifestazioni pacifiste e arte sperimentale. Nel bene e nel male, questo è un elemento del patrimonio culturale del Novecento, che non può essere dimenticato. “We were all outlaws in the eyes of America”, cantano i nostri in We can be together. Di certo, non è stato un esperimento di controllo delle coscienze.

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