sabato 12 novembre 2005

Criminali da strapazzo

Di e con Woody Allen. Commedia, col., USA 2000

Il cinema di Woody Allen raccoglie legioni di maniacali appassionati su entrambe le sponde dell’Atlantico: non è difficile capire il motivo, per chi abbia visto almeno una volta capolavori come Manhattan o Provaci ancora Sam. Parte del pubblico e della critica, tuttavia, ha storto la bocca di fronte all’Allen maturo più prettamente comico, ben rappresentato da pellicole quali La maledizione dello scorpione di Giada o, per l’appunto, questo Criminali da strapazzo. In estrema sintesi, c’è chi sostiene che un talento del genere non dovrebbe spendersi in filmetti leggeri, colmi di battute e situazioni esilaranti. De gustibus non disputandum est, senza dubbio: eppure, sottovalutare pellicole come questa significa ignorare un aspetto estremamente importante di uno dei maggiori registi viventi. La sceneggiatura di Criminali da strapazzo è divisa in due parti: nella prima, si racconta la storia di un maldestro tentativo di rapina da parte di un gruppo di ingenui criminali, che scavano un lungo tunnel sotterraneo, usando come “copertura” una pasticceria. E’ un incessante susseguirsi di situazioni comiche, molto spontanee ma al tempo stesso colte e sottilmente “citazioniste”: ci sono richiami al film muto alla Chaplin, modello del regista fin dai tempi di Prendi i soldi e scappa (il tubo che perde acqua, i clienti che assediano il bancone della pasticceria, la mappa letta al contrario), ci sono rimandi ai dialoghi brillanti tra uomini e donne in stile Scandalo a Filadelfia (emblematica la folgorante scena iniziale), c’è infine un’esplicita citazione del nostro magnifico I soliti ignoti. Nella seconda parte, il film racconta l’inaspettato successo e la repentina caduta del negozio di biscotti, che si trasforma in enorme multinazionale dell’industria alimentare. Accantonati i progetti di rapina, i protagonisti si trovano all’improvviso magnati dell’alta finanza, fino all’inevitabile “crack”. Allen qui affronta il tema, a lui caro da sempre (basti pensare al già citato Manhattan) degli snobismi dell’alta società newyorkese, mettendosi decisamente dalla parte del nouveau riche incolto ma irresistibilmente genuino. Che dire: basta questa sommaria analisi della sceneggiatura per rendersi conto che, in realtà, Criminali da strapazzo tocca molti temi di grande interesse, ed è molto più di una banale commedia degli equivoci. Il punto è che Allen riesce magistralmente a mantenere in ogni momento un tono molto leggero e bonario, ad entrare nella storia “in punta di piedi”: questo, certo, potrebbe indurre perplessità in coloro che pensano che un film sia degno di attenzione solo se è un “mattone” pieno di dialoghi incomprensibili e lungo almeno 180 minuti. E invece, la forza di Woody Allen è proprio la sua agilità comunicativa: provate a vedere questo film con un bambino di sei anni, e lo vedrete ridere come se fosse davanti ad un cartone animato. Allen non ha mai negato di voler produrre un cinema accessibile: non a caso, egli dichiara spesso di considerarsi un autore di “serie b”, rispetto ai suoi miti (Fellini e Bergman su tutti). Questa affermazione di modestia, in realtà, significa essenzialmente il rifiuto dell’arte “di nicchia”, che interessa solo una ristretta cerchia di critici e di radical-chic: Woody Allen, al contrario, riesce ad arrivare a tutti, e per questo le sue storie “popolari” hanno la stessa dignità del resto della sua opera. Anche il jazz, che questo regista adora, è nato come rifiuto dell’accademia, come musica che può essere suonata ovunque, senza curarsi dei commenti. E quanto possono contare, i commenti, per un regista che rifugge ogni moda, difende ad ogni costo la propria integrità e da decenni è fedele alla sobrietà dei suoi inconfondibili titoli di testa bianchi su fondo nero? Poche chiacchere, dunque: tanto di cappello, e chi riesce a non ridere scagli la prima pietra.

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